Sanchez. Il finto eroe che piace alla sinistra
- Grande Italia
- 12 mar
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di Luigi Serrao

Negli ultimi giorni il primo ministro socialista Pedro Sánchez ha irrigidito lo scontro diplomatico con l’amministrazione di Donald Trump. No all’aumento del 5% del PIL alla spesa militare e agli interventi americani in Venezuela e in Iran. Il presidente Trump ha appena dichiarato di aver chiesto al proprio segretario del Tesoro, Scott Bessent, di ridurre o eliminare momentaneamente i rapporti commerciali con la Spagna. Dati alla mano, l’export spagnolo negli Stati Uniti vale circa 28 miliardi di euro.
Una cifra che metterebbe in seria difficoltà la politica welfarista di Sánchez. La Spagna è uno dei Paesi dell’Unione Europea con i maggiori costi di welfare in rapporto al PIL: la spesa pubblica supera il 45% dell’economia e una quota rilevante del bilancio statale è assorbita da pensioni, sussidi e protezione sociale. Un Paese con uno dei tassi di disoccupazione più alti d’Europa (intorno al 10-11%), con un debito pubblico vicino al 100% del PIL e con un deficit ancora sopra il 3% negli ultimi anni.
Un’economia dove la produttività cresce poco e dove il PIL pro capite resta inferiore rispetto alle principali economie dell’Europa occidentale. La tensione è aumentata ulteriormente dopo il rifiuto di Madrid di concedere l’utilizzo delle basi militari spagnole per operazioni contro l’Iran. Un rifiuto che ha provocato la dura reazione della Casa Bianca. Nelle ore successive, diversi aerei militari statunitensi hanno lasciato le basi presenti sul territorio spagnolo per essere trasferiti verso altre installazioni in Europa, segnale di una riorganizzazione logistica americana dopo il mancato via libera di Madrid.
Le conseguenze per l’economia sarebbero disastrose in un momento in cui la Comunità europea è più debole e divisa che mai. Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato un aumento dell’arsenale nucleare, il premier Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno assecondato l’amministrazione americana. La Commissione europea rimane in silenzio sulla scena internazionale. La storia avrebbe dovuto insegnarci che mettersi contro la prima economia mondiale, che da sola rappresenta oltre il 20% del PIL mondiale, non è mai stata una scelta saggia.
L’Europa, invece di sfruttare le pressioni di Washington per rafforzarsi internamente, sembra barcollare in un limbo senza riuscire a trovare la via d’uscita.



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