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Umberto II, l'ultimo Re

  • Immagine del redattore: Grande Italia
    Grande Italia
  • 18 mar
  • Tempo di lettura: 2 min

di Rodolfo Filesi

Oggi, 18 marzo, nel 1983, ci lasciava Umberto II, una delle personalità più illustri di una vecchia Italia, finita e dimenticata con la fine della guerra. Laddove su[ padre fu un monarca controverso che commise errori, col senno del poi, egli fece il contrario. Si può dire che fu il contrario di suo padre in molti aspetti, il quale fu re per quanto amato, spesso distante, un "intelletuale" austero. Umberto invece fu un vero divo, una personalità mondana. Durante la sua vita fu un fervente sostenitore della libertà. Si occupò durante l'oscurantismo fascista, assieme alla consorte Maria José, di tenere circoli di intellettuali liberali, antifascisti ed ostili al regime, del calibro di Benedetto Croce. Per questo venne preso in antipatia da Mussolini e la coppia fu continuamente sotto osservazione dell'Ovra.

 

Mise sempre l'Italia al primo posto, sia durante la guerra che con l'armistizio, dove tentò di rimanere a Roma a difendere la capitale, ma ebbe il governo e la corte contrari. Era necessaria una successione sicura. Regnò per pochissimo, prima come Luogotenente Generale del Regno, poi come vero e proprio re, detto re di maggio, e dopo la liberazione traghettò l'Italia verso il ritorno della democrazia e della libertà. Aprì il voto alle donne e promise fin da subito di accettare con abnegazione la volontà del popolo al referendum istituzionale da lui indetto. In un'Italia distrutta e stremata dalla guerra, fece di tutto per evitare ulteriori divisioni nazionali, spargimenti di sangue tra connazionali ed un pacifico ritorno alla democrazia.

Nonostante le controversie, nonostante la proclamazione della Repubblica ancor

 

prima della fine del conteggio dei voti, nonostante non avessero votato intere parti occupate ed i prigionieri di guerra, non si oppose. Per questo, sebbene mezza Italia sarebbe stata pronta a seguirlo, le rivolte a Napoli furono emblematiche e dubbia la fedeltà dei Carabinieri alla repubblica, il Re decise di non sollevare ricorsi. Richiamò il fronte monarchico all'ordine, ribadì la fedeltà dell'Esercito e Carabinieri in primis all'Italia, così lasciò il paese quasi in punta di piedi. Anche in esilio, i suoi pensieri guardavano sempre all'Italia, non alla monarchia o alla dinastia, all'Italia prima di tutto. Come lui stesso disse "Qualsiasi cosa possa succedere al nostro paese, io sarò sempre il più fedele dei suoi servitori, il più fedele dei suoi figli".


Disgraziatamente ci lasciò in un triste esilio, senza poter vedere un'ultima volta la sua Patria.

 
 
 

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