Meloni-Trump, lo scontro che mette alla prova l’occidente.
Di Mauro Giubileo
Ci sono alcuni punti tutt’altro che secondari che, a mente fredda, è utile riepilogare e analizzare rispetto alla vicenda dello scontro a distanza tra Giorgia Meloni e Donald Trump.
Punto primo: le parole di Trump su Meloni sono state certamente oscene e indegne del ruolo che il presidente americano ricopre. Non siamo purtroppo nuovi a questo tipo di uscite da parte sua e anche chi ne condivide spesso l’impostazione politica non può negare la sua, talvolta intollerabile, mancanza di rispetto verso gli interlocutori e uno stile — per usare un eufemismo — poco istituzionale.
Punto secondo: Giorgia Meloni ha mostrato un coraggio fuori dal comune nel rispondere in maniera diretta e senza ambiguità. Un coraggio che, per una volta, anche gli avversari politici sono stati costretti a riconoscerle, prima di accompagnarlo con rituali attestati di solidarietà, spesso formali, e non privi di recriminazioni strumentali sul passato rapporto con il presidente americano.
Punto terzo: non c’è dubbio che l’Italia debba rivendicare il proprio orgoglio nazionale e la propria sovranità. Ci mancherebbe altro. E se questo comporta il rispondere a tono a un provocatore maleducato, ciò diventa, in determinate circostanze, un imperativo politico oltre che simbolico.
Punto quarto (e qui si arriva al cuore della questione): per quanto rispetto, orgoglio e sovranità siano principi irrinunciabili — così come lo è la loro difesa — non si può eludere il punto politico. Occorre chiarire, in altre parole, perché si sia arrivati a questo scontro.
Non è più possibile rifugiarsi nel dogma mediatico e politicamente comodo della presunta “pazzia” di Trump. Trump è certamente un maleducato, un egocentrico, un narcisista, un uomo con evidenti carenze di stile e di diplomazia. Ma non è “pazzo”. E soprattutto ha una linea politica chiara, che va compresa anche quando non la si condivide.
L’Italia, nell’ultimo anno e mezzo, ha svolto un lavoro apprezzabile nel tentativo di riavvicinare il dialogo con Washington, mentre altri paesi europei mantenevano atteggiamenti di sospetto, distacco o aperta freddezza. Eppure questo impulso atlantista del governo Meloni sembra essersi, negli ultimi mesi, affievolito.
La frase attribuita a Trump — “sono stato abbandonato”, emersa nei fuorionda del G7 di Évian — è indicativa di una percezione che, a torto o a ragione, ha trovato spazio.
L’Italia e l’Europa non avrebbero fatto fino in fondo la propria parte in un conflitto che, se avesse avuto un esito diverso (e cioè se avesse ricevuto un sostegno più pieno anche da parte occidentale), avrebbe potuto produrre effetti strategici rilevanti. A quel punto, il principale fattore di instabilità del Mediterraneo — il regime teocratico iraniano — sarebbe stato verosimilmente indebolito in modo decisivo.
Si tratta di un regime sanguinario, che reprime duramente il dissenso interno e ha costruito negli anni una rete di influenza e destabilizzazione in Medio Oriente, con l’obiettivo di colpire Israele e logorare le monarchie sunnite più vicine all’Occidente.
Un regime che ha fornito supporto militare alla Russia nel conflitto in Ucraina, contribuendo al prolungamento delle ostilità contro la popolazione civile.
Un regime che, secondo diverse valutazioni strategiche, dispone di capacità missilistiche potenzialmente in grado di colpire diverse capitali europee, e che continua a perseguire l’obiettivo di dotarsi di capacità nucleari militari.
Fermare questo regime viene presentato come un obiettivo insieme morale e strategico, nell’interesse delle democrazie occidentali. E quando Stati Uniti e Israele hanno assunto un’iniziativa in questa direzione, l’Europa avrebbe dovuto — secondo questa lettura — sostenere con maggiore decisione.
E invece, al contrario, si è spesso preferito rifugiarsi nel richiamo formale al “diritto internazionale”, talvolta in contrasto con una valutazione più realistica degli equilibri di potere. Come se ottant’anni di stabilità europea fossero stati garantiti unicamente da atti giuridici e non anche dalla presenza militare e strategica degli Stati Uniti, dalla NATO e dal deterrente nucleare occidentale.
Non sono mancate nemmeno ambiguità nelle scelte diplomatiche, come nel rapporto con l’Iran, che secondo questa impostazione sarebbero state gestite in modo poco coerente rispetto alla gravità del contesto.
Nel complesso, emerge l’idea di un atteggiamento europeo percepito come poco allineato agli alleati tradizionali e talvolta incline a un moralismo politico privo di reale efficacia strategica.
E questo schema non riguarda solo il dossier iraniano. In ordine sparso:
Ci si è impegnati in ambito NATO su obiettivi di spesa per la difesa molto ambiziosi, salvo poi tentare di ricomprendervi voci eterogenee e non direttamente legate alla capacità militare. Un approccio che rischia di indebolire la credibilità complessiva degli impegni assunti.
Si sono persi potenziali margini di accordo strategico con grandi investitori tecnologici statunitensi, mentre a livello europeo si è spesso privilegiato un atteggiamento regolatorio molto rigido verso le Big Tech, alimentando una contrapposizione più ideologica che strategica.
Sul fronte energetico, l’Europa continua a scontare una dipendenza significativa da fornitori esterni, mentre la transizione ecologica è stata spesso accompagnata da effetti economici complessi e non sempre adeguatamente governati.
In ambito ONU, l’Europa ha talvolta assunto posizioni distanti da quelle statunitensi su dossier rilevanti, contribuendo a una percezione di disallineamento strategico all’interno dell’Occidente.
Il punto centrale è che un approccio dichiaratamente pro-occidentale, se non accompagnato da coerenza nelle scelte concrete, finisce per perdere credibilità sia a Washington sia in Europa.
L’Italia, dal canto suo, aveva margini significativi per consolidare un rapporto privilegiato con l’attuale amministrazione americana. Trump è una figura polarizzante e largamente contestata nell’opinione pubblica europea, ma la politica estera raramente coincide con le sensibilità elettorali interne.
La domanda di fondo è se alcune scelte recenti abbiano rafforzato o indebolito la posizione italiana nello scacchiere atlantico.
Oggi l’imperativo, comunque, è ricostruire i rapporti.
Un leader fortemente egocentrico alla Casa Bianca non facilita il dialogo, ma esiste anche un contesto più ampio in cui si intravede un rischio di progressivo logoramento dell’Alleanza Atlantica e dei rapporti tra Europa e Stati Uniti. Una leadership responsabile dovrebbe prestare grande attenzione a questo scenario.
Serve il coraggio del buonsenso e il buonsenso del coraggio. Non si difende una causa giusta rompendo i rapporti con gli alleati, ma non si difende neppure la sovranità evitando di assumersi le proprie responsabilità nella cornice comune occidentale.
L’Italia e il suo governo non perdano la bussola. Anche nella tempesta, deve continuare a puntare con decisione a nord-ovest.




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