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L'italia di Giorgia Meloni.

  • Immagine del redattore: Grande Italia
    Grande Italia
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min
Giorgia Meloni al vertice del G7 di Évian, in Francia.
Giorgia Meloni al vertice del G7 di Évian, in Francia.

Di Luigi Serrao

C’è una fotografia che racconta meglio di molte analisi ciò che è accaduto in Italia negli ultimi quattro anni. Il 22 ottobre 2022 Giorgia Meloni giurava davanti al Presidente della Repubblica e diventava la prima donna presidente del Consiglio nella storia della Repubblica italiana. Oggi, 4 settembre 2026, entra in un’altra pagina della storia: con 1.413 giorni di governo ha superato i 1.412 del secondo governo Berlusconi, diventando la presidente del Consiglio alla guida dello stesso esecutivo più a lungo nella storia repubblicana. Il record apparteneva a Silvio Berlusconi, uno dei protagonisti assoluti della politica italiana degli ultimi trent’anni. Il sorpasso non è quindi soltanto una questione numerica: è il passaggio di un testimone. Per anni Berlusconi ha rappresentato nel centrodestra l’idea stessa della longevità politica. Oggi quel primato porta il nome di Meloni.

Dietro quei 1.413 giorni c’è una storia tutta italiana. È la storia di una ragazza che a quindici anni entra in politica, attraversa la destra italiana, diventa parlamentare giovanissima, ministra a poco più di trent’anni e nel 2012 contribuisce a fondare Fratelli d’Italia, quando il partito sembrava destinato alla marginalità. Dieci anni dopo, nel 2022, quello stesso partito diventa il primo d’Italia e Meloni arriva a Palazzo Chigi.

Per comprendere l’Italia di Giorgia Meloni, però, bisogna ricordare quella che il suo governo ha trovato nel 2022: un Paese ancora segnato dalla pandemia, dalla crisi energetica, dall’inflazione e, poco dopo, dalla guerra in Ucraina.

Meloni non ha quindi governato in condizioni normali. Ha governato un’Italia che doveva prima di tutto rimettersi in piedi.


La prima risposta è stata la stabilità. Dopo decenni di governi brevi, crisi parlamentari ed esecutivi tecnici, il centrodestra ha mantenuto la maggioranza uscita dalle urne per tutta la legislatura. Quella stabilità ha permesso di intervenire su diversi settori.

Sul fisco, il governo ha portato l’IRPEF a tre aliquote e rafforzato il taglio del cuneo fiscale. Sul lavoro, l’occupazione ha raggiunto livelli record e la disoccupazione è scesa sensibilmente.

Anche la sanità ha ricevuto maggiori risorse: nel 2026 il finanziamento del Servizio sanitario nazionale è aumentato di oltre 6 miliardi rispetto all’anno precedente, arrivando a circa 148,5 miliardi di euro. Restano però liste d’attesa e carenze di personale che richiedono interventi più profondi.

Sulla sicurezza la linea è stata netta: maggiori strumenti contro criminalità organizzata, violenza e occupazioni abusive. Nel bilancio del governo vengono indicati 4.177 arresti, 108 latitanti catturati e circa 18 mila beni confiscati.

Un capitolo meno visibile, ma fondamentale, riguarda la pubblica amministrazione. Al 30 giugno 2026 il governo indicava il 69,4% di decreti attuativi adottati e il 99,3% delle risorse previste dai provvedimenti già rese disponibili.

Non tutto, però, è stato realizzato. Il premierato non ha concluso il proprio percorso, l’autonomia differenziata ha incontrato il vaglio della Corte costituzionale e la riforma della giustizia non ha raggiunto l’obiettivo iniziale. È probabilmente questo il principale limite della legislatura: aver dimostrato di saper governare, senza riuscire ancora a completare tutte le grandi riforme strutturali promesse.

Anche sul piano economico il bilancio presenta luci e ombre. Il deficit è stato riportato vicino al 3% del PIL, l’occupazione è cresciuta e l’inflazione è tornata su livelli più contenuti. Ma la crescita rimane modesta e molti problemi strutturali dell’Italia sono ancora irrisolti.

Sul piano internazionale, invece, la direzione è stata chiara: Alleanza Atlantica, sostegno all’Ucraina, rapporti con gli Stati Uniti e maggiore presenza italiana in Europa. Una scelta che ha contribuito a consolidare la posizione internazionale del governo e della destra italiana.

Quattro anni dopo, il bilancio non è quello di una rivoluzione. È quello di un governo che ha consolidato il Paese, attraversato una fase di emergenza e prodotto risultati concreti, lasciando però incompiute alcune delle riforme più ambiziose.

Ed è proprio qui che il record assume il suo significato.

Giorgia Meloni ha dimostrato che il centrodestra può governare l’Italia per un’intera legislatura senza implodere.


Ma il record non può essere il punto d’arrivo. Se Meloni otterrà un eventuale secondo mandato, dovrà trasformare la stabilità conquistata in una nuova stagione di riforme: giustizia, pubblica amministrazione, sanità, fisco e scuola dovranno essere affrontati con maggiore ambizione. E insieme alle riforme dovrà maturare anche la destra italiana.

Il centrodestra ha dimostrato di poter governare. La prossima sfida sarà dimostrare di poter costruire una destra destinata a durare: liberale nell’economia, conservatrice nei valori, democratica e profondamente occidentale. Una destra capace di difendere l’identità nazionale senza trasformare ogni questione in una guerra culturale, di sostenere l’impresa senza dimenticare il lavoratore e di difendere i confini senza rinunciare allo Stato di diritto.

La storia di Giorgia Meloni, a questo punto, non è più soltanto quella di una leader arrivata a Palazzo Chigi. È diventata una parte della storia della Repubblica.

La ragazza entrata in politica a quindici anni, che ha attraversato la destra italiana e contribuito a fondare un partito quando sembrava destinato alla marginalità, può quindi sedersi al tavolo delle grandi donne della politica: Thatcher, Merkel e le altre leader che hanno lasciato un segno nella storia dei propri Paesi.

Il primo governo Meloni ha dimostrato che il centrodestra può governare l’Italia. Un eventuale secondo mandato dovrà dimostrare che può cambiarla.

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