Massachusetts, l’aborto senza limiti: quando il femminismo tradisce la vita
- Grande Italia
- 22 ago
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Aggiornamento: 23 ago

Di Anastasia Vommaro
Il Massachusetts ha eliminato ogni riferimento all’età gestazionale per poter accedere all’interruzione di gravidanza, consentendo l’aborto anche nelle fasi più avanzate della gestazione, fino al nono mese, in determinate circostanze previste dalla legge.
La nuova normativa, sostenuta dalla governatrice democratica Maura Healey, rimuove inoltre l’obbligo di effettuare gli aborti tardivi esclusivamente in ospedale, permettendone l’esecuzione anche presso strutture sanitarie autorizzate. Con questa modifica, il Massachusetts diventa uno degli Stati americani con una legislazione che non stabilisce un limite gestazionale generale per l’interruzione di gravidanza.
Maura Healey è stata la prima donna eletta alla carica di governatrice del Massachusetts e la prima governatrice apertamente lesbica nella storia degli Stati Uniti e, da brava femminista, non può non sostenere le donne.
Ma qui forse è lecito domandarsi sul significato di “donna” e, di conseguenza, di “femminismo”.
La celeberrima Alda Merini, durante un’intervista, affermò: “Non capisco proprio il femminismo. La donna che vuole diventare uomo sovverte tutta la cultura passata. La donna deve essere se stessa”.
Perché qui ci si interroga se veramente si “combatta” per i diritti delle donne o semplicemente si voglia ridurre la donna a maschio.
La poetessa prosegue: “Mi ha telefonato una voce femminile e mi ha chiesto se sarei stata d’accordo con un appello a favore delle donne e dei loro diritti fondamentali. Ho risposto che ovviamente i diritti vanno salvaguardati, ma non ho firmato alcunché e, d’altra parte, mai mi sognerei di annoverare l’aborto tra i diritti. Semmai posso arrivare ad accettare che sia una dolorosa necessità in casi davvero estremi. I casi estremi possono essere un figlio gravemente deforme e la disperazione della madre. Non giudico perché posso capire la debolezza umana. Ma il vero diritto di una donna è quello alla maternità: il figlio è il più grande atto d’amore e il suo mistero resta intatto. L’occasione che la madre dà al suo bambino è ogni volta un miracolo, ed è una bestemmia negare tutto questo in nome di un femminismo che è l’opposto dell’essere femmina, nel senso più alto del termine”.
D’altronde, la legge approvata va contro ogni concetto non solo morale (solitamente relegato a un aspetto intimo, privato), ma anche etico (quindi sociale). La bioetica si orienta sulla base della teoria del dolore, sul cercare di non arrecare sofferenza a nessun essere vivente. Il sistema nervoso nel feto inizia a formarsi già durante la 3ª e la 4ª settimana di gestazione. La maggior parte della comunità scientifica e medica ritiene che il feto possa iniziare a percepire pienamente il dolore tra la 24ª e la 25ª settimana.
Eugenio Lecaldano, uno dei maggiori filosofi morali italiani contemporanei impegnati sul campo della bioetica, afferma: “Certamente diversa è la tutela che si deve a un feto nello stadio avanzato di sviluppo prenatale e dunque in grado di sentire e provare dolore”. O si legga Mary Warnock: “La questione non era se l’embrione fosse vivo o umano, o se, una volta impiantato, sarebbe diventato alla fine un essere umano completo. Non avevamo difficoltà ad ammettere che tutto ciò era vero”.
Malgrado la distinzione che si pone tra embrione e feto, si afferma che l’embrione è già vita (in potenza essere umano), figuriamoci un feto di nove mesi,che in Italia, non a caso, viene chiamato nascituro o bambino.
Qui si parla di omicidio vero e proprio.
Di madri che sopprimono i propri figli in nome di un femminismo che non può definirsi tale. In nome di un femminismo malato ed egoista che non tutela le donne e né tantomeno la vita, la loro prosecuzione.
Se ancora riesce a scandalizzare la Medea euripidea e i tanti casi di figlicidi, mi chiedo come non possa atterrire una pronunzia simile. Il paradosso è che da un “dai la vita per il prossimo tuo” siamo passati a “elimina il prossimo tuo per continuare la tua vita”. Vita che, in realtà, continuerebbe ugualmente.




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