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Gaza e la “carestia”: quando i nuovi dati Onu complicano la narrazione

  • Immagine del redattore: Grande Italia
    Grande Italia
  • 31 ago
  • Tempo di lettura: 4 min
Aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza.
Aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza.

Di Davide Filippi

Il nuovo sondaggio dell'UNICEF non nega la sofferenza dei palestinesi. Al contrario, fotografa una situazione ancora difficile, ma restituisce un quadro più complesso rispetto alla rappresentazione di una carestia generalizzata. Nelle aree accessibili della Striscia, infatti, la malnutrizione acuta infantile risulta relativamente bassa. Gli aiuti devono continuare ad arrivare, ma anche il racconto della crisi dovrebbe confrontarsi con i dati che emergono. Per mesi la parola “carestia” è stata utilizzata per descrivere la situazione a Gaza. Sui social abbiamo tutti visto più volte immagini e video, spesso diventati virali, di bambini palestinesi affamati che chiedevano un pasto. La sofferenza dei civili è reale e non va minimizzata. Proprio per questo, però, vale la pena fermarsi sui numeri e capire cosa raccontano davvero. Il nuovo Gaza SMART Survey 2026 di UNICEF, condotto tra maggio e giugno, ha analizzato la situazione nutrizionale nelle aree accessibili della Striscia, coinvolgendo 1.335 bambini sotto i cinque anni e 3.071 donne in età riproduttiva. Il dato che colpisce maggiormente riguarda la malnutrizione acuta infantile: 1,3% tra i bambini sotto i cinque anni. È un valore che non descrive una popolazione infantile uniformemente precipitata nella malnutrizione acuta. Il quadro, però, non è affatto privo di problemi. Il 12,2% dei bambini presenta stunting, cioè un ritardo della crescita associato a condizioni nutrizionali e sanitarie prolungate. E tra i bambini tra i 6 e i 23 mesi soltanto il 22,4% riceve una dieta minima accettabile. Questo significa che il problema non riguarda soltanto la quantità di cibo disponibile, ma anche la sua qualità, varietà e adeguatezza alle esigenze dei bambini. Anche le donne risultano colpite: il rapporto rileva malnutrizione acuta nel 9,4% delle donne non incinte e non allattanti e nel 7,2% di quelle incinte o allattanti. Gli aiuti contano. C’è poi un altro dato che merita attenzione. Nell’agosto 2025 quasi 17.000 bambini erano stati ammessi ai programmi per il trattamento della malnutrizione acuta.


Nel marzo 2026 erano meno di 3.000. Nel frattempo, l’assistenza umanitaria era aumentata. UNICEF, FAO e WFP hanno sottolineato che i miglioramenti rimangono fragili e dipendono dalla continuità dell’assistenza umanitaria e dalla disponibilità di beni. Il messaggio, quindi, non dovrebbe essere che gli aiuti non servono. È esattamente il contrario: gli aiuti devono continuare ad arrivare. E qui c’è un aspetto che in Italia meriterebbe maggiore attenzione. Il nostro Paese non si è limitato alle dichiarazioni: il governo italiano ha scelto di contribuire concretamente all’assistenza umanitaria destinata alla popolazione civile di Gaza. È una linea che merita di essere rivendicata: aiutare i civili non significa sostenere Hamas, così come chiedere che gli aiuti raggiungano chi ne ha realmente bisogno non significa negare la sofferenza palestinese. C’è anche un elemento che merita di essere ricordato. Una parte fondamentale degli aiuti destinati alla popolazione di Gaza passa attraverso Kerem Shalom, un valico controllato dal “nemico” Israele. Nel giugno 2026 OCHA indicava Kerem Shalom come l’unico valico operativo per l’ingresso del cargo nella Striscia. Ma far entrare gli aiuti non è sufficiente: bisogna assicurarsi che arrivino davvero alle persone più vulnerabili. Per questo il tema della distribuzione, del monitoraggio e della trasparenza è altrettanto importante. Il controllo di Hamas sull’economia della Striscia e le difficoltà nella distribuzione degli aiuti rendono la questione ancora più delicata. La questione della nutrizione riguardava anche gli ostaggi israeliani, anche se sui social. Nell’agosto 2025 un video diffuso dalla Jihad islamica palestinese mostrò Rom Braslavski in condizioni di grave deperimento. Nel video il giovane descriveva una situazione di estrema fame e sete. Il caso aveva riportato l’attenzione sulle condizioni degli ostaggi e sulle accuse di un accesso al cibo fortemente differenziato tra i prigionieri e i loro carcerieri. Gaza e il contesto regionale. La malnutrizione infantile, inoltre, non è un fenomeno esclusivo di Gaza o della Palestina. Secondo i dati UNICEF regionali, già prima della guerra esistevano livelli significativi di malnutrizione infantile in diversi Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. In Egitto, per esempio, lo stunting riguardava circa il 20% dei bambini sotto i cinque anni, mentre lo wasting era stimato al 10%. Il confronto serve soprattutto a ricordare che la malnutrizione può assumere forme diverse e che malnutrizione acuta, fame e qualità dell’alimentazione non sono sinonimi. Guardare i dati, senza negare la sofferenza.


Il rapporto UNICEF non dice che “a Gaza oggi non c’è fame”. Ma non restituisce nemmeno l’immagine di una popolazione infantile indistintamente colpita dalla malnutrizione acuta. Il quadro che emerge è più articolato: la crisi nutrizionale esiste, ma nelle aree accessibili esaminate dal sondaggio la malnutrizione acuta infantile risulta relativamente contenuta. Allo stesso tempo rimangono problemi importanti, dalla malnutrizione cronica alla scarsa qualità della dieta, fino alla malnutrizione materna. Questo rapporto non cancella la sofferenza palestinese. Al contrario, ci ricorda quanto sia importante raccontarla con precisione. Gli aiuti devono continuare ad arrivare e l’Italia ha scelto concretamente di fare la propria parte. Allo stesso tempo, devono raggiungere davvero i civili e non Hamas. Perché quando emergono nuovi dati, anche la narrazione deve saper cambiare.

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