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La sinistra e il regime di Teheran,un errore lungo quasi mezzo secolo

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
14 lug
Tempo di lettura: 3 min



Di Erik Loesch


Mentre la maggior parte dei media parla dell’efficacia del conflitto o delle conseguenze a lungo termine dell’accordo di pace, una domanda fondamentale e scomoda rimane completamente senza risposta: come ha potuto nascere e consolidarsi un regime che oggi opprime le donne, perseguita gli oppositori, uccide migliaia di manifestanti e assicura il proprio potere solo attraverso la paura e la violenza?

È proprio qui che le tracce conducono non solo a Teheran, ma anche all’Occidente, in particolare ai movimenti studenteschi di sinistra degli anni Sessanta.


Da decenni, l’Iran è un simbolo della repressione di Stato. Le proteste di inizio 2026 lo hanno dimostrato ancora una volta: quando in Iran la popolazione manifesta per chiedere riforme, la risposta del regime è una repressione brutale, con migliaia di feriti e numerose vittime. Un sistema del genere non è un caso della storia: è il risultato della rivoluzione che nel 1979 rovesciò lo Scià e portò al potere l’Ayatollah Khomeini.

Eppure, in una parte significativa della sinistra occidentale quella rivoluzione non fu vista come l’inizio di una dittatura, bensì come una «liberazione»: una liberazione dall’odiata America, una liberazione da Israele, una liberazione dall’egemonia occidentale, coloniale e imperialista. E, paradossalmente, una liberazione dalla libertà stessa.

Una parte della sinistra occidentale vedeva nello Scià soprattutto un simbolo del potere americano. La sua vicinanza agli Stati Uniti era sufficiente a renderlo bersaglio dell’opposizione politica. Il movimento profondamente religioso e fondamentalista guidato da Khomeini veniva invece interpretato attraverso una lente ideologica: anti-imperialista, anticolonialista e, presumibilmente, emancipatrice. Aspetti nei quali quella sinistra si identificava più facilmente che nell’America considerata «imperialista».


Questa distorsione non fu un fenomeno marginale. Numerosi intellettuali occidentali idealizzarono la rivoluzione. Il filosofo francese Michel Foucault, ad esempio, tra il 1978 e il 1979 accolse con favore la rivoluzione iraniana come una possibile «politica spirituale» alternativa alla modernità occidentale. In diversi ambienti accademici e della sinistra prevaleva non la preoccupazione per il totalitarismo religioso, bensì la speranza di una svolta antioccidentale.

La realtà non tardò a manifestarsi.

Dopo la caduta dello Scià, Khomeini instaurò una dittatura teocratica. Gli oppositori politici furono perseguitati, le forze laiche eliminate e i diritti delle donne fortemente limitati. La liberazione tanto sperata si trasformò in un sistema di controllo. Chiunque si fosse minimamente informato sulle idee e sui discorsi di Khomeini avrebbe potuto intuire quale direzione avrebbe preso il nuovo regime. Ma l’ostilità verso l’America e l’Occidente rese una parte della sinistra cieca di fronte a quella realtà.


E, anche dopo decenni di dittatura teocratica in Iran, questa cecità ideologica non è del tutto scomparsa.

Ancora oggi, in Occidente, vi sono esponenti della sinistra e intellettuali che relativizzano il regime iraniano o, quantomeno, tendono a scagionarlo sul piano morale, non per la sua struttura interna, ma per la sua collocazione nella politica internazionale. Chi si oppone agli Stati Uniti o a Israele viene considerato, in certi ambienti, parte della «resistenza» e non un sistema oppressivo. Le violazioni dei diritti umani passano così in secondo piano, purché l’orientamento geopolitico sia quello ritenuto corretto.

Questo è il punto cruciale: una morale politica che si fonda principalmente sull’ostilità verso l’Occidente finisce inevitabilmente per perdere il proprio criterio di giudizio sulla libertà.

Le conseguenze di questo atteggiamento sono evidenti dal punto di vista storico. La caduta dello Scià non fu determinata soltanto dagli eventi interni all’Iran, ma fu accompagnata anche da un clima internazionale nel quale i segnali di un imminente autoritarismo religioso vennero ignorati o minimizzati. La forza morale attribuita all’antimperialismo contribuì a far apparire una delle ideologie più repressive del secondo Novecento come una «liberazione».


La lezione che se ne può trarre è chiara: la libertà non può essere concepita in modo selettivo. Chi idealizza movimenti autoritari soltanto perché si oppongono all’Occidente finisce per perdere ogni criterio utile a distinguere la tirannia dall’emancipazione.

L’Iran non rappresenta soltanto un esempio di abuso rivoluzionario del potere. È anche il simbolo di un grave errore di valutazione compiuto da una parte dell'intellettualità occidentale, le cui conseguenze culturali e politiche continuano a farsi sentire ancora oggi.

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