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Il fallimento non è un complotto

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
16 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Benjamin Netanyahu sul Monte Hermon, al confine tra Israele e Siria.
Benjamin Netanyahu sul Monte Hermon, al confine tra Israele e Siria.

Di Davide Filippi

A quasi tre anni dal 7 ottobre, c'è una teoria che continua a girare con insistenza soprattutto negli ultimi giorni: l'idea che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia deliberatamente chiuso gli occhi quel giorno, lasciando fare ad Hamas per avere una scusa e scatenare la guerra a Gaza. È un'accusa enorme, di quelle che lasciano il segno. E proprio perché è così pesante, richiede qualcosa di più di semplici sospetti. Per essere presa seriamente richiederebbe prove schiaccianti, che al momento nessuno ha visto.

Non è la prima volta che succede. Storie identiche sono venute fuori dopo Pearl Harbor e dopo l'11 settembre. In tutti questi casi il meccanismo psicologico è lo stesso: di fronte a un disastro immenso dei sistemi di sicurezza facciamo fatica ad accettare che sia figlio della pura incompetenza o di una serie di errori umani. È quasi più rassicurante pensare a un piano diabolico, un complotto orchestrato dall'alto. Ma il confine tra il pretendere risposte su un fallimento e inventarsi una cospirazione è sottile, e superarlo è pericoloso.

Che Israele abbia fallito quel giorno è un dato di fatto, su questo non ci piove. L'intelligence ha raccolto alcuni segnali che poi ha interpretato malissimo. C'era la convinzione diffusa che ad Hamas, in fondo, andasse bene così: che preferisse governare Gaza, incassare i soldi del Qatar e non imbarcarsi in una guerra totale. Sono stati ignorati anche I rapporti delle soldatesse di leva che sorvegliavano il confine e che avevano segnalato movimenti strani. Hamas è stato semplicemente sottovalutato, con una presunzione imperdonabile. Il risultato è stato la peggiore catastrofe nella storia del Paese.

Però, un fallimento disastroso non è automaticamente un complotto. Netanyahu può e deve essere inchiodato alle sue responsabilità politiche, alla sua cecità strategica, e magari anche a colpe più gravi se le indagini lo dimostreranno. Ma dire che ha deliberatamente sacrificato la vita di migliaia di israeliani e di centinaia di ostaggi è un'altra cosa. Per fare un'affermazione del genere servono prove scritte, ordini, fatti verificabili. Non bastano le antipatie politiche o i teoremi.


Tra l'altro, se ci pensiamo dal punto di vista puramente politico, la tesi del complotto non regge. Netanyahu ha costruito tutta la sua lunghissima carriera su un'unica, fortissima immagine: quella di "Mr. Sicurezza", l'unico leader capace di proteggere davvero i cittadini israeliani, un mito legato anche al sacrificio di suo fratello Yonatan a Entebbe. Il 7 ottobre quell'immagine è andata in frantumi per sempre. Che vantaggio avrebbe avuto a diventare il volto del più grande collasso difensivo della storia di Israele? Nessuno. Politicamente, per lui è stato un suicidio.

Spesso le critiche legittime si confondono con le conclusioni affrettate. Prendiamo Haaretz: è un quotidiano progressista, da sempre durissimo con Netanyahu e con la destra. Ha fatto e continua a fare domande pesanti sulla gestione di quei giorni, avanzando anche ipotesi severissime. È un giornalismo sacrosanto, un po' come leggere i giornali d'opposizione più radicali da noi. Se una cosa è scritta sull’ unità o detta da Report non è detto sia la verità assoluta.

La realtà, forse, è molto più banale e proprio per questo più inquietante: Israele si sentiva invincibile e Hamas ha sfruttato questa debolezza. Gli antichi greci parlavano di hybris, la tracotanza di chi si crede al di sopra di tutto e finisce per accecarsi da solo. Lungo il confine con Gaza era stata tirata su una barriera tecnologica pazzesca, super controllata. Quella tecnologia ha creato una falsa sensazione di sicurezza, al punto da spingere i comandi militari a ridurre i soldati in carne e ossa sul campo. Hamas ha studiato quel sistema e ha colpito esattamente lì.

Questo non toglie un millimetro di colpa a Netanyahu. È al potere dal 2009 ed è il principale responsabile della strategia israeliana degli ultimi quindici anni. Però va anche ricordata una cosa: quando tra il 2021 e il 2022 al governo ci sono andati i suoi avversari, Bennett e Lapid, l'impostazione generale su Gaza non è cambiata di una virgola. Significa che l'errore di valutazione è stato collettivo, sistemico, radicato in tutto l'apparato di sicurezza e d'intelligence, non il piano segreto di un uomo solo.

Ecco perché Israele ha un disperato bisogno di un'indagine indipendente e profonda. Non per salvare la pelle a Netanyahu, e nemmeno per fare un favore ai suoi nemici politici. Serve a capire come sia stato possibile un blackout simile, per evitare che succeda di nuovo. Cercare la verità è un dovere civile e un diritto di chi ha sofferto. Trasformare tutto in un complotto senza mezza prova, invece, è solo un modo per non guardare in faccia la realtà.

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