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La lezione dell’AfD che la destra "moderata" europea non vuole ascoltare

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Grande Italia
2 giorni fa
Tempo di lettura: 7 min
Alice  Weidel, Ulrich Siegmund e Tino Chrupalla festeggiano l'exit poll delle elezioni in Sassonia
Alice Weidel, Ulrich Siegmund e Tino Chrupalla festeggiano l'exit poll delle elezioni in Sassonia

Di Davide Festa


C'è un riflesso condizionato che domina il dibattito politico europeo: quando un determinato partito viene collocato nella casella sbagliata dagli arbitri dell'opinione pubblica, il suo programma smette automaticamente di essere oggetto di discussione. Accade anche con Alternative für Deutschland. Per molti commentatori è sufficiente pronunciare tre lettere – AfD – perché ogni ulteriore ragionamento debba terminare. Il partito viene definito, classificato, archiviato. E soprattutto non viene letto.

Eppure la politica dovrebbe funzionare diversamente. Si può essere in disaccordo con molte posizioni dell'AfD, criticarne altre e persino considerare alcune sue proposte sbagliate. Ma questo non significa che sia necessario rifiutare preventivamente qualsiasi idea contenuta nel suo programma. Anzi, proprio analizzando alcuni punti fondamentali emerge una lezione che la destra europea, e in particolare quella italiana, non può permettersi di ignorare: la battaglia politica del nostro tempo non riguarda soltanto l'identità e l'immigrazione. Riguarda anche la libertà economica, la libertà di espressione, la sopravvivenza dell'industria europea e il rifiuto di una crescente centralizzazione politica. Ed è forse proprio su questi terreni che dovrebbe aprirsi una discussione seria.

Per troppo tempo la destra europea ha accettato un equivoco: che l'intervento crescente dello Stato nell'economia fosse inevitabile. Tasse elevate, burocrazia, regolamentazioni, vincoli amministrativi e direttive sovranazionali sono diventati la normalità. L'imprenditore deve compilare moduli, dimostrare la propria conformità a una quantità crescente di norme e sostenere costi che spesso non hanno nulla a che vedere con la sua attività produttiva. Nel frattempo, l'Europa si interroga sul declino della propria competitività. Ma forse la domanda dovrebbe essere un'altra: quanto può resistere un sistema economico che considera l'impresa privata una fonte inesauribile da tassare e regolamentare?

L'AfD propone una riduzione della pressione fiscale e della burocrazia, criticando in particolare quei vincoli che rendono meno competitivi cittadini e imprese. Si tratta di una direzione che merita di essere discussa. Naturalmente, per un liberale classico o per un libertario, le proposte di qualsiasi partito saranno sempre insufficienti rispetto all'obiettivo di uno Stato realmente limitato. Ma la direzione di marcia conta. Esiste una differenza sostanziale tra chi considera la libertà economica un problema da correggere e chi la considera una condizione essenziale per la prosperità. La destra europea dovrebbe tornare ad essere inequivocabilmente dalla parte di chi produce.

Ancora più delicata, e forse ancora più importante, è la questione della libertà di espressione. L'Occidente ha costruito la propria civiltà politica anche attorno a un principio fondamentale: il potere non deve decidere quali idee siano legittime e quali no. Oggi, tuttavia, questo principio appare sempre meno scontato. Il concetto di “discorso d'odio”, utilizzato in modo sempre più esteso nel dibattito pubblico, rischia di trasformarsi in una categoria elastica nella quale far rientrare non soltanto minacce o istigazioni concrete alla violenza, ma anche opinioni politiche, giudizi culturali e posizioni considerate moralmente inaccettabili.

Ed è qui che occorre stabilire una distinzione fondamentale. Una minaccia concreta contro una persona è una cosa. Un'aggressione è una cosa. La diffamazione può essere una cosa. Ma un'opinione politica, per quanto radicale, impopolare o persino sgradevole, dovrebbe rimanere un'opinione. Perché la libertà di espressione non serve a proteggere le idee approvate dalla maggioranza. Quelle non hanno bisogno di protezione. La libertà di parola serve soprattutto a proteggere il dissenso. Uno Stato che pretende di stabilire quali opinioni possano essere espresse compie un passo pericoloso. Perché oggi potrebbe colpire un'idea che non ci piace, domani un'idea che condividiamo. La destra europea dovrebbe quindi riscoprire una battaglia che non dovrebbe appartenere esclusivamente a una parte politica: nessun potere deve possedere il monopolio della verità.


Difendere la libertà di espressione e chiedere contemporaneamente maggiore sicurezza non rappresenta una contraddizione. Al contrario, può rappresentare una concezione coerente della libertà. Lo Stato non dovrebbe perseguitare le persone per ciò che pensano, scrivono o sostengono pacificamente. Ma dovrebbe essere in grado di proteggere concretamente i cittadini contro chi viola i loro diritti attraverso la violenza, il furto, l'estorsione e la criminalità organizzata. Il paradosso di molti Stati contemporanei è che spesso sembrano deboli dove dovrebbero essere forti e forti dove dovrebbero essere deboli: forti nel controllare il linguaggio, deboli nel garantire la sicurezza. Si moltiplicano le norme sulle parole, mentre la criminalità organizzata continua a prosperare. Si discute di sensibilità linguistica mentre interi territori subiscono la presenza di organizzazioni criminali. L'ordine pubblico non deve diventare il pretesto per uno Stato onnipresente. Ma la libertà stessa non può esistere dove la violenza e la criminalità impongono la propria legge. Il principio dovrebbe essere semplice: massima libertà possibile per chi vive pacificamente, massima fermezza contro chi aggredisce concretamente la vita, la libertà e la proprietà degli altri. Questa sintesi tra libertà e ordine rappresenta uno dei terreni sui quali la destra europea dovrebbe tornare a costruire una proposta politica.

C'è poi una questione che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il futuro economico del continente: l'energia. Per anni l'Europa ha costruito una politica energetica sempre più ideologica, fondata sull'idea che la transizione ecologica possa essere realizzata attraverso tasse, divieti, obblighi e pianificazione centralizzata. Il risultato è stato un aumento dei costi e una crescente preoccupazione per il futuro della produzione industriale europea. La questione non è essere contro l'ambiente. La questione è un'altra: si può davvero salvare l'ambiente distruggendo contemporaneamente la capacità produttiva del continente? Una politica razionale dovrebbe puntare sulla ricerca, sull'innovazione e sulla concorrenza tra tecnologie, non imporre dall'alto quali automobili i cittadini potranno utilizzare, rendere artificialmente più costosa l'energia attraverso una tassazione punitiva o decidere politicamente quale tecnologia debba sopravvivere e quale debba scomparire. La critica dell'AfD alla politica energetica europea intercetta quindi una questione reale: l'Europa rischia di trasformare la lotta al cambiamento climatico in una gigantesca operazione di pianificazione economica. E la pianificazione economica, come la storia dovrebbe averci insegnato, raramente produce prosperità.


All'interno di questo dibattito, il nucleare rappresenta forse il simbolo più evidente dell'irrazionalità europea. La Germania ha scelto di abbandonare l'energia nucleare mentre continua ad essere una grande potenza industriale. Ma un Paese industriale ha bisogno di energia: abbondante, affidabile e accessibile. Il ritorno al nucleare rappresenta quindi una delle proposte che meritano maggiore attenzione. Non perché il nucleare debba necessariamente essere l'unica soluzione, ma perché rinunciare preventivamente a una tecnologia avanzata, affidabile e strategica è una scelta difficilmente comprensibile per un continente che vuole continuare a competere sul piano industriale. La politica dovrebbe smettere di scegliere le tecnologie in base alla loro popolarità ideologica. Il compito delle istituzioni dovrebbe essere creare un quadro di libertà, sicurezza e responsabilità nel quale le diverse tecnologie possano competere. E soprattutto: l'Europa non può costruire la propria politica energetica sul presupposto di dover produrre sempre meno. La decrescita non è un modello di sviluppo. È semplicemente un altro nome per il declino.

Uno degli aspetti più interessanti della proposta politica dell'AfD riguarda il futuro dell'Europa. La critica all'attuale struttura dell'Unione Europea viene troppo spesso interpretata come un rifiuto dell'Europa stessa. Ma Europa e Unione Europea non sono sinonimi. L'Europa esiste da millenni attraverso la sua storia, le sue civiltà, le sue lingue, i suoi commerci e le relazioni tra i suoi popoli. L'idea che per essere europei sia necessario costruire progressivamente un super-Stato continentale è una delle grandi illusioni della nostra epoca. Gli europei possono collaborare senza essere governati da un unico centro politico, commerciare senza uniformare completamente le proprie legislazioni e stringere alleanze senza rinunciare alla propria autodeterminazione. Possono cooperare senza centralizzare.

È questa, probabilmente, la vera alternativa che la destra europea dovrebbe avere il coraggio di elaborare: un'Europa delle nazioni e delle comunità, non un'Europa costruita attorno a una burocrazia sempre più distante dai cittadini. E, da una prospettiva autenticamente federalista, si potrebbe persino andare oltre. Non basta difendere la sovranità degli Stati contro Bruxelles se poi gli Stati stessi concentrano ogni potere nelle proprie capitali. Il principio di sussidiarietà deve essere preso sul serio: più autonomia alle comunità, più responsabilità locale, più competizione tra sistemi politici e fiscali, meno centralismo, sia nazionale sia sovranazionale.


Naturalmente, sarebbe assurdo sostenere che la destra europea debba semplicemente copiare l'AfD. Ogni nazione ha la propria storia, le proprie istituzioni e i propri problemi. E nessun partito merita un'adesione acritica. Ma ignorare le ragioni del successo di determinate proposte sarebbe altrettanto miope. La destra europea deve capire che esiste uno spazio politico enorme per una sintesi nuova: libertà economica e difesa della produzione; libertà di espressione e rispetto dello Stato di diritto; ordine pubblico e diritti individuali; innovazione tecnologica e indipendenza energetica; cooperazione europea e rifiuto del centralismo; identità delle nazioni e libertà delle persone.


Per troppo tempo il dibattito politico ha costretto gli elettori a scegliere tra due modelli apparentemente contrapposti. Da una parte il progressismo burocratico, centralista e sempre più favorevole alla regolamentazione della società. Dall'altra parte, un conservatorismo che, in alcuni casi, rischia di limitarsi a inseguire questa agenda. La vera sfida è costruire qualcosa di diverso: una destra capace di essere contemporaneamente moderna e radicata, liberale e identitaria, produttiva e sociale, tecnologica e realista, europea senza essere centralista, libera senza essere debole.

Alla fine, la principale lezione è forse la più semplice. In una democrazia non dovrebbero esistere idee che non possono essere discusse. Si può criticare l'AfD, si può essere in disaccordo con l'AfD, si può non votare l'AfD. Ma non si dovrebbe rinunciare a discutere le questioni che il suo successo politico ha contribuito a riportare al centro del dibattito: le tasse, la libertà di parola, l'energia, il nucleare, la competitività industriale, la sicurezza, la sovranità democratica e il futuro dell'Europa.

Liquidare queste domande attraverso un'etichetta significa semplicemente rifiutarsi di affrontarle. Ed è proprio questo che la destra europea non può permettersi. Perché mentre una parte del continente continua a discutere di ciò che è politicamente accettabile dire, il mondo continua a produrre, innovare e competere. E l'Europa rischia di rimanere indietro.

La lezione che arriva dalla Germania, allora, non è che si debba condividere ogni singola proposta dell'AfD. La lezione è più importante: le idee non diventano sbagliate o giuste in base al nome del partito che le propone. E una destra che voglia realmente costruire il futuro dell'Europa dovrebbe avere il coraggio di tornare a discutere di libertà, produzione, sicurezza, tecnologia e sovranità. Senza complessi. E soprattutto senza chiedere il permesso a chi pretende di stabilire preventivamente quali idee possano essere considerate legittime.

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