J.R.R. Tolkien, il filologo che inventò un mond
- Grande Italia
- 6 giorni fa
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Di Rodolfo Filesi
J.R.R. Tolkien muore il 2 settembre 1973. Tutti lo ricordano, giustamente, come uno dei più grandi autori della letteratura fantastica e della cultura popolare contemporanea, soprattutto per Il Signore degli Anelli. Ma Tolkien fu molto altro: filologo, insigne professore di Old English a Oxford, traduttore e raffinato conoscitore del Beowulf e del Kalevala finnico.
Riuscire a incasellare una mente così sopraffina è estremamente complicato. Ciò che è certo è la sua inesauribile passione per il mito, per le storie e per le lingue, ben oltre il loro valore meramente accademico. Tutta la sua «subcreazione» di mondi, come lui stesso la definiva, nasceva anche dal profondo amore per la propria terra, l'Inghilterra, e dalla volontà di darle una mitologia. Un progetto nato in un'epoca in cui la tradizione letteraria anglosassone non godeva ancora della stessa dignità attribuita ai grandi poemi classici. Da quella ricerca sarebbe poi nato qualcosa di molto più grande di quanto Tolkien stesso avrebbe probabilmente potuto immaginare.
Il racconto, del resto, è indissolubilmente legato alla parola e al linguaggio. Per Tolkien, filologo e inventore di lingue, le parole avevano un ruolo centrale. Una lingua non doveva essere soltanto funzionale alla comunicazione: doveva essere evocativa, capace di racchiudere un mondo già attraverso il suo suono, la sua musicalità, la sua eufonia, ancora prima degli aspetti logici e grammaticali. La lingua, così concepita, diventava un'esperienza estetica quasi paragonabile alla musica.
Non è un caso che, nel suo Legendarium, sia proprio la musica di Ilúvatar a dare origine al mondo: una sinfonia universale che nasce dalla volontà del Dio creatore e che progressivamente si concretizza nella materia. I popoli della Terra di Mezzo nacquero, almeno in parte, anche per dare dei parlanti alle lingue che il professore aveva concepito. Prima la lingua, poi i popoli, le culture e le storie.
Ed è proprio qui che si comprende quanto sia riduttivo considerare Tolkien soltanto come un autore fantasy. I suoi romanzi e racconti sono attraversati da significati etici e, a modo loro, filosofici, oltre che da una straordinaria stratificazione culturale. La letteratura fantastica che nasce dalla sua opera non può essere liquidata come semplice evasione dalla realtà.
Tolkien va letto con la volontà di comprenderne la complessità, di cogliere ciò che si trova dietro la storia avvincente, dietro gli elfi, gli hobbit, i re e le battaglie. Perché la Terra di Mezzo non è soltanto un luogo in cui fuggire dal mondo: è anche uno specchio attraverso cui guardarlo.
E forse è proprio questo il modo migliore per ricordare Tolkien: non limitandosi a celebrare le storie che ci ha raccontato, ma tornando a leggerle con la curiosità necessaria per comprendere tutto ciò che, attraverso quelle storie, ha cercato di dirci sull'uomo, sulla lingua, sul mito e sulla vita.




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