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George W. Bush compie 80 anni: l'eredità di 'Dubya'"

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
7 lug
Tempo di lettura: 4 min



George W. Bush e sua moglie Laura, il 20 gennaio 2001, giorno dell'insediamento della prima presidenza Bush Jr.

Di Daniele Reggio


Un traguardo importante per uno degli statisti che ha lasciato un segno indelebile nella storia.

Erede di una delle più conosciute e prestigiose stirpi politiche statunitensi, i Bush, uomo dalla personalità avvincente e a tratti istrionica, dopo la chiamata alle armi nel 1968 prestò servizio nella Guardia Aerea del Texas durante la guerra del Vietnam. Conseguito il brevetto di pilota di caccia, si distinse ai comandi degli F-102 Delta Dagger, ricevendo nel 1970 il grado di tenente e guadagnandosi l'apprezzamento del comandante Jerry B. Killian, che lo descrisse come un «giovane ufficiale dinamico», un «pilota di caccia da intercettazione di prima qualità» e un leader dalle capacità «di gran lunga superiori» a quelle dei suoi compagni.

Dopo essersi laureato a Yale e ad Harvard, George W. Bush ha intrapreso una carriera non priva di difficoltà nel settore petrolifero nel corso degli anni ’80 e acquistato i Texas Rangers, nota squadra di baseball che ha gestito fino alla nomina a governatore del Texas nel 1994.


Come in quelle di ogni membro della sua famiglia sin dai tempi di suo bisnonno Samuel Prescott, anche nelle sue vene scorre fluidamente la passione per l’attività politica.

Da ammirato governatore del Texas, getta le basi della politica economica e sociale che sarà la matrice delle sue scelte una volta giunto alla Casa Bianca.

Deregolamentazione finanziaria, più flessibilità nel mondo del lavoro, taglio netto delle tasse e riforma dell’istruzione.

Per le motivazioni che andremo ora a sviscerare, egli è ricordato principalmente per il suo posizionamento in politica internazionale, ma degne di nota sono state anche alcune delle sue decisioni in politica interna, come il No Child Left Behind Act, ossia l’innovativa riforma dell’istruzione realizzata con l’obiettivo che ogni studente degli Stati Uniti imparasse a leggere, scrivere e fare di conto entro i primi anni dell’adolescenza.


peculiare della sua impostazione economica sono stati l’abbassamento dell’imposta federale sul reddito su tutti i livelli di reddito, con l’introduzione di un nuovo scaglione ridotto al 10%, il raddoppio del credito d’imposta per ogni figlio da 500 a 1.000 dollari e la netta decurtazione delle aliquote su plusvalenze e dividendi per stimolare gli investimenti.

Divenuto presidente dopo una delle competizioni più controverse della storia statunitense contro il numero due di Bill Clinton, Al Gore, il buon texano adotta un approccio iniziale di stampo isolazionista in politica estera, manifestando l’intenzione di non aderire al Protocollo di Kyōto e di ritirare gli Stati Uniti dal Trattato sui missili anti-balistici del 1972.

Ma in quell’11 settembre del 2001, data spartiacque nel mondo occidentale, non viene stravolto solo il fragile equilibrio internazionale che s’era consolidato con la fine della Guerra fredda.

Si rivoluziona anche la politica estera statunitense.

«Possono scuotere le fondamenta dei nostri edifici più grandi, ma non possono toccare le fondamenta dell’America.»


Frase forte, dal rimarchevole significato, condensata di sentimenti profondi e contrassegnata da un attaccamento viscerale ai valori che hanno reso la sua Nazione la più attrattiva e ricca d’opportunità al mondo.

Il tutto è ancora più epico se pronunciato con un megafono sulle macerie del World Trade Center.

L’attentato delle Torri Gemelle fa sprofondare per la prima volta dal 1929 gli Stati Uniti d’America in un tunnel buio da cui però il Commander in Chief sembra avere l’integrità e il coraggio di traghettarla fuori.


Ecco che comincia un capitolo nuovo nel consesso geopolitico mondiale.

Con quella che viene definita la «Dottrina Bush», preordinata a deporre tutti quei famigerati autocrati che possano rappresentare un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti e, di conseguenza, della nostra civiltà occidentale, l’amministrazione americana, avvalendosi del prezioso contributo del vicepresidente Cheney, del segretario di Stato Powell, del consigliere per la sicurezza nazionale Rice e del capo del Pentagono Rumsfeld, muove guerra a tutti quegli Stati canaglia accusati di sostenere il terrorismo islamico internazionale e di ospitare la leadership di Al-Qaeda, l’organizzazione responsabile degli attentati dell’11 settembre.


In poco tempo il figlio del Texas abbatte il regime talebano che aveva occupato l’Afghanistan e pone in essere l’obiettivo che s’era prefissato suo padre, George H. W. Bush, ma che aveva scelto di non completare durante la Guerra del Golfo: la caduta di Saddam Hussein, dittatore che in oltre vent’anni di potere ha ridotto allo stremo la popolazione irachena, si è reso responsabile di centinaia di migliaia di uccisioni arbitrarie e ha contribuito a rendere il Medio Oriente una regione ancora più instabile.

Tristemente però non tutto procede per il verso giusto e, dopo indici di gradimento superiori all’85%, come non accadeva negli Stati Uniti da decenni, la sua popolarità inizia un periodo di inesorabile declino.


La sua visione, fondata sul principio di esportare il sistema uscito vincitore dal confronto con l’Unione Sovietica, incontra la recrudescenza delle popolazioni dei territori sottoposti all’intervento militare americano. La lentezza e la difficoltà dei processi di ricostruzione e stabilizzazione, unite alla crescente sfiducia dell’opinione pubblica statunitense, ai danni provocati dall’uragano Katrina e alla crisi finanziaria del 2008, portano George W. Bush a perdere gran parte del consenso di cui aveva goduto.

Bush Jr. è stato l’uomo che ha saputo tenere alto il morale dell’Occidente mentre i capisaldi del suo stile di vita venivano brutalmente messi sotto attacco.

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