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Francesco Cossiga, il piconatore della Repubblica.

  • Immagine del redattore: Grande Italia
    Grande Italia
  • 17 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

Francesco Cossiga, circondato dalla folla, saluta con le mani alzate durante un incontro pubblico.
Francesco Cossiga, 8º Presidente della Repubblica, accolto dalla folla durante un incontro pubblico.

Di Luigi Serrao


«L’Italia è sempre stato un Paese “incompiuto”: il Risorgimento incompleto, la Vittoria mutilata, la Resistenza tradita, la Costituzione inattuata, la democrazia incompiuta. Il paradigma culturale dell’imperfezione genetica lega con un filo forte la storia dello sviluppo politico dell’Italia unita».

Sono parole che raccontano molto più di Francesco Cossiga di quanto potrebbe fare una semplice biografia. Perché ricordare Cossiga significa ricordare un uomo che, dopo aver attraversato per decenni le istituzioni della Prima Repubblica, arrivò a mettere in discussione proprio quel sistema di cui era stato uno dei protagonisti.

Il 17 agosto 2010 moriva Francesco Cossiga, ottavo presidente della Repubblica italiana. Nato a Sassari nel 1928, si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1945, a soli sedici anni. Da quel momento la politica sarebbe diventata il centro della sua vita. Entrato in Parlamento nel 1958, iniziò una lunga carriera nelle istituzioni, fino ad arrivare al Ministero dell’Interno.

Una carriera che, vista con gli occhi di oggi, sembrerebbe quasi uscita direttamente dal Manuale Cencelli: sottosegretario, ministro, presidente del Consiglio, presidente del Senato e infine presidente della Repubblica. Cossiga, però, non fu semplicemente uno dei tanti uomini della macchina democristiana. Seppe costruirsi una propria centralità e, soprattutto, sviluppare una personalità politica destinata a renderlo molto meno prevedibile di quanto il sistema che lo aveva cresciuto avrebbe lasciato immaginare.


Nel 1978, da ministro dell’Interno, affrontò la crisi più drammatica della sua carriera: il sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Ma Moro, per Cossiga, non era soltanto uno dei principali leader della Democrazia Cristiana: era anche un amico e un riferimento politico con cui aveva condiviso anni di militanza.

Per 55 giorni Cossiga rimase al centro della gestione della crisi, mentre lo Stato cercava di affrontare una situazione che sembrava ogni giorno più drammatica. Il 9 maggio arrivò la notizia dell’uccisione di Moro. Cossiga, che aveva già preparato le proprie dimissioni, lasciò il Ministero dell’Interno assumendosi la responsabilità politica per quanto accaduto.

Quella vicenda avrebbe segnato profondamente la sua figura politica. Cossiga era stato chiamato a difendere lo Stato, ma lo Stato non era riuscito a salvare l’uomo che per lui era stato prima ancora un collega e un amico.

Nel 1980 arrivò per lui una breve esperienza a Palazzo Chigi. Poi la presidenza del Senato e, nel 1985, quella della Repubblica.

Ma non è soltanto l’uomo delle istituzioni che oggi vale la pena ricordare. È soprattutto l’uomo politico, quello che non nascose mai il proprio pensiero e che, con il passare degli anni, iniziò a utilizzare la propria posizione per mettere in discussione proprio le regole del sistema di cui era stato protagonista.

Durante il suo mandato al Quirinale, soprattutto negli ultimi anni, Cossiga abbandonò progressivamente il tradizionale ruolo del presidente “notaio”. Commentava, criticava, provocava. Le sue dichiarazioni divennero sempre più frequenti e spesso volutamente controverse, tanto da guadagnargli il soprannome di “picconatore”.


Il termine non era casuale. Cossiga voleva davvero “picconare” il sistema politico italiano, denunciarne le rigidità e mettere in discussione un equilibrio istituzionale che considerava ormai incapace di funzionare.

E non risparmiava nemmeno la Costituzione. In una delle sue interviste più note, discutendo dell’assetto costituzionale italiano, citò il costituzionalista britannico Kenneth Wheare, utilizzandone il pensiero per sostenere la necessità di interrogarsi sul funzionamento concreto delle istituzioni, non soltanto sulla loro forma.

La stessa irriverenza emerge oggi in alcuni video di Cossiga tornati a circolare sui social. Lo si vede discutere, criticare e confrontarsi senza quella cautela che normalmente ci si aspetterebbe da un ex presidente della Repubblica. In uno di questi interventi affronta il tema della scuola e della formazione degli studenti, criticando un sistema educativo che, a suo giudizio, rischiava di condizionare il modo di pensare dei giovani.

Una posizione che si inserisce anche nella sua più ampia cultura anticomunista. Cossiga aveva vissuto la Guerra fredda e aveva costruito gran parte della propria identità politica nell’opposizione al comunismo italiano e alla sua influenza culturale. La sua diffidenza verso un sistema scolastico percepito come ideologicamente orientato era quindi parte di una critica più ampia: quella verso ogni tentativo di imporre una visione del mondo attraverso le istituzioni e la formazione.

È anche in questo che si ritrova il Cossiga più autentico: non il presidente distante e istituzionale, ma il politico che continuava a discutere, provocare e mettere in dubbio ciò che considerava ormai intoccabile.

Cossiga non ebbe mai particolare paura del giudizio altrui. E forse fu proprio questa la sua caratteristica politica più evidente.

Non bisogna necessariamente condividere le sue posizioni per riconoscere ciò che rappresentò. Cossiga poteva essere scomodo, provocatorio, persino eccessivo. Ma difficilmente poteva essere definito prevedibile.


Ed è qui che la sua figura torna ad avere un significato politico.

Cossiga apparteneva a una classe dirigente che conosceva profondamente il potere, le istituzioni e i meccanismi della politica. Ma, quando ritenne che quel sistema fosse diventato incapace di rinnovarsi, scelse di attaccarlo pubblicamente.

Oggi, di quella stagione, resta soprattutto un’immagine: il picconatore che colpiva dall’interno il sistema che lo aveva portato fino al Quirinale.

Una contraddizione tutta italiana. E forse, proprio per questo, una delle eredità più interessanti lasciate da Francesco Cossiga.

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