De Gasperi, quando la politica aveva il coraggio di scegliere
- Grande Italia
- 19 ago
- Tempo di lettura: 4 min

Di Enrico Maria Mori
A settantadue anni dalla morte dello statista trentino, resta la lezione di un uomo che ricostruì l’Italia senza rinunciare alla sua identità, la collocò saldamente in Occidente e concepì l’Europa come unione di nazioni libere, non come cancellazione degli Stati.
Il 19 agosto 1954 moriva Alcide De Gasperi. Sono trascorsi settantadue anni e, come spesso accade con i grandi uomini politici, il tempo ha finito per separare ciò che era contingente da ciò che invece è rimasto. Di De Gasperi si può discutere. Si possono giudicare le sue scelte, le formule di governo, persino alcuni errori. Quello che difficilmente gli si può negare è di aver avuto, nel momento forse più difficile della storia repubblicana, una qualità oggi tutt’altro che scontata: il coraggio di scegliere.
Quando arrivò alla Presidenza del Consiglio, nel dicembre del 1945, l’Italia era un Paese materialmente devastato e politicamente lacerato. La guerra era finita da pochi mesi, le istituzioni dovevano essere ricostruite, l’economia rimessa in piedi e la posizione internazionale dell’Italia ridefinita dopo la catastrofe fascista. De Gasperi rimase alla guida del governo fino al 1953. Furono gli anni nei quali si consolidò la democrazia repubblicana e prese forma la ricostruzione economica. Non fu un uomo di destra nel significato che attribuiamo oggi a questa espressione, e sarebbe poco serio tentare di arruolarlo post mortem. Era un cattolico democratico, formatosi nel popolarismo e segnato dalla dottrina sociale cristiana. Ma proprio per questo una cultura conservatrice e di centrodestra può ancora riconoscere in alcune sue scelte qualcosa di profondamente attuale.
De Gasperi conosceva il valore della libertà perché aveva conosciuto la sua negazione. Fu avversario del fascismo, partecipò all’Aventino e, dopo lo scioglimento del Partito popolare, venne condannato e incarcerato nel 1927. Non aveva quindi bisogno di lezioni sull’autoritarismo. Eppure, terminata la guerra, comprese anche che la libertà italiana aveva bisogno di una collocazione internazionale chiara. Nel 1947 si consumò la rottura con comunisti e socialisti, ancora legati politicamente al blocco sovietico. Da quel momento De Gasperi costruì la stagione del centrismo e portò l’Italia nel campo delle democrazie occidentali. Dopo le elezioni del 1948, pur disponendo la Democrazia Cristiana della maggioranza assoluta alla Camera, preferì continuare la collaborazione con liberali, repubblicani e socialdemocratici.
Quella scelta occidentale avrebbe segnato il destino del Paese. L’Italia aderì al Piano Marshall e fu tra i Paesi fondatori della NATO. Si rafforzò il rapporto con gli Stati Uniti e il nostro Paese, sconfitto appena pochi anni prima, tornò gradualmente ad avere un ruolo nella comunità internazionale. L’Unione europea ricorda ancora oggi De Gasperi come l’uomo che contribuì all’ingresso dell’Italia nel Piano Marshall e nell’Alleanza Atlantica. Guardata con gli occhi di oggi, quella decisione può sembrare quasi ovvia. Nel 1948 non lo era affatto. Il Partito Comunista italiano era una delle maggiori forze comuniste dell’Europa occidentale e la Guerra fredda stava dividendo il continente. Bisognava decidere da quale parte della storia stare. De Gasperi decise. Scelse l’Occidente, ma senza confondere l’alleanza con la rinuncia all’interesse nazionale. Treccani ricorda espressamente come la sua politica estera mantenesse ferma la necessità di salvaguardare gli interessi dell’Italia.
È forse qui che la sua esperienza può parlare con maggiore forza a un centrodestra moderno: essere occidentali non significa essere irrilevanti; partecipare alle alleanze non significa smettere di avere una politica nazionale.Lo stesso vale per l’Europa. De Gasperi fu uno dei padri dell’integrazione europea insieme a Robert Schuman e Konrad Adenauer. Ma la sua idea di Europa era molto meno burocratica di quella che spesso viene rappresentata oggi. Le istituzioni europee ricordano che immaginava un’Europa unita capace di affiancare e sostenere gli Stati, non di sostituirli. In un suo intervento del 1951 mise persino in guardia dal rischio di costruire organismi europei privi di anima politica, percepiti dai cittadini come una struttura estranea rispetto alla vitalità delle nazioni. Era un europeismo che nasceva dalla storia, dalla civiltà cristiana e dalla consapevolezza di ciò che due guerre mondiali avevano fatto al continente. La Fondazione De Gasperi riconduce la sua visione europea anche al solidarismo cattolico, trasferito dal piano sociale a quello dei rapporti tra gli Stati.
Ecco perché ricordarlo oggi non significa celebrare genericamente “più Europa”. Significa interrogarsi su quale Europa valga la pena costruire. De Gasperi aveva davanti nazioni ferite che dovevano tornare a fidarsi l’una dell’altra. Non pensò di risolvere il problema cancellandone le identità. Cercò di farle cooperare. È una distinzione sottile soltanto in apparenza.
C’era poi il cattolicesimo. Non come ornamento elettorale né come repertorio di parole da utilizzare nei comizi. Era parte della sua formazione personale e del suo modo di concepire la responsabilità pubblica. La sua biografia politica nacque dentro il cattolicesimo sociale trentino e attraversò il Partito popolare prima di approdare alla Democrazia cristiana. Anche qui la lezione è meno banale di quanto sembri. Difendere una tradizione non significa imbalsamarla. De Gasperi apparteneva a una cultura radicata, ma seppe misurarsi con una società industriale, con la ricostruzione, con la democrazia di massa e con una politica internazionale completamente nuova. Non conservò le macerie. Conservò ciò che riteneva valesse la pena trasmettere mentre ricostruiva ciò che era stato distrutto.
Forse è questa la ragione per cui, a settantadue anni dalla sua morte, il suo nome conserva un peso che molti protagonisti della politica successiva hanno perduto. De Gasperi non prometteva scorciatoie. Non aveva bisogno di rappresentare ogni compromesso come una vittoria né ogni avversario come un nemico assoluto. Quando però arrivava il momento delle scelte decisive, sceglieva: democrazia contro totalitarismo, Occidente contro subordinazione sovietica, economia di mercato e ricostruzione, cooperazione europea senza dissoluzione delle identità nazionali. Il 19 agosto non ricordiamo quindi soltanto un Presidente del Consiglio del passato. Ricordiamo un’idea esigente della politica: avere radici senza rimanerne prigionieri, costruire alleanze senza dimenticare l’interesse nazionale e governare sapendo che alcune decisioni non producono consenso nell’arco di una giornata, ma determinano il destino di un Paese per generazioni. È ciò che Alcide De Gasperi fece per l’Italia.




Commenti