Fidel Castro, cento anni dopo: la rivoluzione cubana e il suo fallimento
- Grande Italia
- 14 ago
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Di Daniele Reggio
100 anni fa nacque a Birán Fidel Castro, dittatore sanguinario che rese l’isola di cui fu padrone assoluto e incontrastato dal 1959 sino alla sua morte nel 2016 una pedina fondamentale dello scacchiere mondiale, capace di influenzare — sebbene la sua risibile dimensione geografica — le dinamiche geopolitiche.
Durante il suo dominio, secondo il Cuba Archive Project, 78.000 persone morirono nel tentativo estremo di evadere dalla prigione a cielo aperto che aveva creato, 9.420 persone furono fucilate e 5.600 giustiziate.
Assassino spregevole (a lui è addebitato un numero di omicidi che è cinque volte superiore rispetto a quello perpetrato da Augusto Pinochet) e interprete della teoria economica più fallimentare che sia mai stata applicata, ha portato “l’isola della morte centroamericana” a divenire una polveriera al collasso, dominata da corruzione, malaffare e clientelismo senza limiti.
Asceso al potere con la promessa strabiliante di liberare Cuba dal controllo statunitense, nell’arco di pochi anni, nazionalizzate le principali società attive nel settore energetico e limitata la proprietà privata agricola a soli 4 km² (cifra poi discesa a 0,67 per colpire i residui della borghesia agricola con la Riforma del ’63), legò inestricabilmente l’economia cubana all’URSS, la quale, in cambio delle esportazioni di canna da zucchero a prezzi di favore, rifornì l’autocrazia castrista di petrolio, fertilizzanti e macchinari industriali di cui era priva.
Questa gestione estremamente burocratica e inefficiente fece acqua da tutte le parti e costrinse il regime a erogare sussidi a pioggia al fine di garantire ai cittadini il rispetto delle basilari condizioni di vita, ma il sostegno sovietico riuscì a mantenere in piedi un sistema malato alla radice e non destinato a perdurare a lungo.
Dopo il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 e la conseguente fine del sistema di esportazioni verso Mosca, l’isola visse un periodo di precarietà economica assoluta denominato “Periodo Especial”, nonché contraddistinto da un calo drastico delle calorie giornaliere disponibili e da una malnutrizione mai vista prima, cui l’ormai anziano e indebolito Fidel cercò di sopperire aprendo l’Avana al turismo di massa, che però provocò un’esplosione incontrollata della prostituzione repressa nel sangue alla fine degli anni ’90 con violente retate della polizia la quale ridusse in schiavitù migliaia di ragazze (definite da Castro “le più colte al mondo” nel 1992) e ragazzi cubani.
L’arrivo di Hugo Chávez nel vicino Venezuela otto anni dopo rappresentò un respiro di sollievo per un’economia sull’orlo del crollo. Caracas era improvvisamente divenuta quello che Mosca aveva rappresentato per quasi mezzo secolo, ossia un’ancora di salvezza, grazie agli oltre 63 miliardi in petrolio (secondo il Miranda Center for Democracy) inviati in cambio di sistemi di spionaggio, controspionaggio e assistenza medica alla dittatura dei fratelli Castro.
Nonostante la credenza popolare, usata spesso come argomento per sminuire le critiche al sistema economico dell’isola che attribuisce ogni problema alle sanzioni di Washington , questa visione superficiale ignora la realtà dei fatti.
Stando a rilevazioni del governo statunitense, tra la fine del 2024 e la fine del 2025, il Venezuela ha corrisposto a L’Avana 70.000 barili di petrolio al giorno, dei quali 40.000 (oltre il 60%) vengono dirottati a diversi Stati asiatici in cambio di denaro incamerato nel patrimonio personale dei vertici del regime.
Il tutto, se compiuto in un frangente di gravissima crisi energetica, è ancor più inquietante e testimonia la brutalità e il totale disinteresse verso la sua popolazione da parte di una dittatura che tutto vuole meno che il bene dei suoi cittadini.
Fidel Castro e la sua esperienza di governo sessantennale incarnano la prova scientifica del fallimento delle teorie del socialismo reale applicato all’economia di uno Stato che, al giorno d’oggi, vive il periodo peggiore dalla sua fondazione, il quale la sta portando a redimersi, meditare sul suo passato lacerato da sangue e sopraffazione e incamminarsi verso un futuro fatto di libero mercato, diritti individuali e crescita.




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