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Fabio e Fausto Filzi, con Cesare Battisti: martiri della libertà

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
13 lug
Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 26 ago


Di Giovanni Graziani


Fabio e Fausto erano istriani; tuttavia, loro padre era nativo di Rovereto e insegnava latino e greco nei licei classici di Pisino e Parenzo. Tornarono in Trentino nel 1894, quando ottenne la cattedra al ginnasio di Rovereto.

Una volta diplomato, Fabio, prese contatti con gli ambienti irredentisti italiani della sua zona, conoscendo Cesare Battisti.

Chiamato alle armi per svolgere la leva militare, fu accusato di aver favorito la diserzione di un suo commilitone di lingua italiana. Seppur assolto, venne additato come “politicamente sospetto” per le sue attività filo-italiane: infatti, durante un’esercitazione militare, sfidò a duello un ufficiale che aveva accusato gli italiani di codardia.


Nel 1905, in occasione della visita di alcuni ginnasti trevigiani a Rovereto, pronunciò un’aspra invettiva contro l’impero austroungarico, promettendo di sostenere la causa italiana in caso si fosse verificata una guerra tra le due parti.

Si laureò in giurisprudenza a Graz, dove non mancarono gli scontri con alcuni studenti tedeschi, sempre per motivi patriottici. Tornato a Rovereto, si dedicò alla professione di avvocato.

Quando scoppiò la Grande Guerra, disertò l’esercito imperiale per combattere con gli italiani, come aveva promesso qualche anno prima: divenne sottotenente nel battaglione alpino “Vicenza,, lo stesso in cui militava Cesare Battisti. I due furono fatti prigionieri il 10 luglio sul Monte Corno dagli austriaci, che erano stati informati della loro presenza. Condotti a Trento, furono processati e condannati a morte per alto tradimento. La sentenza venne eseguita la sera del 12 luglio mediante impiccagione presso la fossa del castello del Buonconsiglio a Trento.


Alla notizia dell’esecuzione, il fratello Fausto, che lavorava in Argentina, decise di raggiungere l’Italia per vendicarlo, arruolandosi volontario nel Regio Esercito. Tuttavia, la riservetta di munizioni della sua batteria fu centrata da una granata austriaca, e lui cadde con altri commilitoni sul Monte Zebio nel giugno 1917.

Che il loro esempio continui a ricordarci il prezzo della libertà, il nostro senso identitario e l’amore verso la nostra patria.

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