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Angelica Calò Livné racconta la vita al kibbutz Sasa: «Non smetto di credere nel dialogo»

  • Immagine del redattore: Grande Italia
    Grande Italia
  • 13 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

Angelica Calò Livné, educatrice e regista teatrale italiana residente nel kibbutz Sasa, al confine tra Israele e Libano.
Angelica Calò Livné, educatrice e regista teatrale italiana residente nel kibbutz Sasa, al confine tra Israele e Liban

L'intervista di Davide Filippi


A pochi chilometri dal confine tra Israele e Libano, il kibbutz Sasa vive da decenni in equilibrio tra quotidianità e tensioni di frontiera. Dopo il 7 ottobre 2023, gli scontri con Hezbollah hanno riportato il nord di Israele al centro del conflitto, costringendo migliaia di persone a lasciare le proprie case. È qui che vive Angelica Calò Livné, educatrice e regista teatrale nata in Italia, che da quasi cinquant'anni ha scelto Israele come casa e continua a credere nel dialogo come unica strada per costruire la pace. In questa intervista racconta la sua storia, la vita nel kibbutz e la speranza che resiste anche nei momenti più difficili.




"Lei è nata in Italia ma ha costruito gran parte della sua vita in Israele. Qual è stato il momento in cui ha capito che quella sarebbe diventata la sua casa?"

Dal primo momento in cui sono entrata nella stanzetta che mi hanno destinato nel kibbutz ho sentito che ero arrivata a casa. Ero indipendente, autonoma, potevo scegliere il mio destino, condurre una vita dove tutta la comunità era responsabile e garante del benessere dell'altro. Mi è sembrata subito la realizzazione di tanti ideali che avevo coltivato fino a vent'anni: lavorare la terra, educare, cogliere i frutti delle mie fatiche.


"Che cosa ricorda della giovane Angelica che arrivò in Israele? Quali erano i suoi sogni e le sue aspettative?"

Sono cresciuta in un movimento educativo giovanile come gli scout. Credevo e credo fino ad oggi alla positività, al rispetto dell'altro, alla realizzazione della donna come leader con le proprie abilità.

La giovane Angelica era come l'Angelica di oggi: molto sensibile ma molto più fragile. Con il tempo, con le prime delusioni e i primi scontri con gente cinica, con le guerre e con le incomprensioni sono diventata più forte. Oggi ho una ripresa più veloce dalle offese, dai continui scontri con un muro di culture e abitudini diverse che ho ormai imparato a conoscere, studiato e capito.


" Ha vissuto per molti anni nel kibbutz di Sasa, a pochi chilometri dal confine con il Libano. Che cosa significa costruire una vita, una famiglia e una comunità in un luogo dove il confine è così vicino?"

Nel corso di questi cinquant'anni non ho smesso nemmeno un attimo di credere e sperare che le barriere cadessero, che potessimo collaborare e dialogare con i nostri dirimpettai.

Quando ho partorito il mio primo figlio Gal, 43 anni fa, nella camera con me, all'ospedale di Zfat, c'erano due donne libanesi. Allora venivano da noi a partorire, si chiamava il "Buon Confine". Tornerà questa era!

"Molti italiani conoscono Israele soprattutto attraverso immagini di guerra. Qual è invece un'immagine della vita quotidiana del kibbutz che vorrebbe far conoscere?"

L'immagine dell'educazione alla pace che viene insegnata in tutte le scuole, nei licei e nelle università di Israele. La creatività senza fine, la ricerca in tutti i campi, la gioia di vivere nonostante il trauma, i lutti, gli attentati e il dolore.


" Quando guarda verso il Libano, cosa prova? Paura, tristezza, speranza?"

In assoluto speranza, fiducia in chi capisce, come noi, il pericolo di Hezbollah, di chi vuole vivere e non distruggere.


"Durante le sirene e i momenti di tensione, qual è il pensiero che le passa per la testa?"

I miei figli e i miei nipotini, la loro incolumità, il terrore nei loro occhi quando sentono quel suono. La paura di essere rapiti, la paura che succeda qualcosa alla loro mamma e al loro papà.


"C'è un episodio vissuto a Sasa che, secondo lei, racconta meglio di qualsiasi analisi cosa significhi vivere in un kibbutz di frontiera?"

Dopo il 7 ottobre il mio kibbutz è stato evacuato. Mio marito è responsabile della sicurezza, per cui è dovuto restare qui e io sono voluta restare con lui.

Da 450 persone eravamo solo 40. Una sera c'è stato l'allarme infiltrazione. Lui mi ha detto di chiudermi nella stanza blindata e preparare la mia pistola.

Non sapevo cosa stesse succedendo. Lui è andato e io sono rimasta con la pistola in mano e mille pensieri. E se entrassero ora? Bruciassero tutto, violentassero, distruggessero... Sono rimasta pietrificata finché mio marito è tornato.


"Ha scelto il teatro come strumento per creare dialogo tra giovani di culture e religioni diverse. Perché proprio il teatro?"

A mio avviso è lo strumento migliore per insegnare il dialogo, la sicurezza in se stessi, la creatività, la facoltà di cambiare il proprio futuro.


"Dopo tanti anni passati a lavorare con persone diverse per cultura e religione, qual è la cosa più importante che ha imparato sull'essere umano?"

Il desiderio più recondito di ogni creatura è poter amare ed essere amato. Di appartenere a una comunità, a un gruppo, a una famiglia che ti rispetta e ti conosce, che ti accetta per quello che sei e sa valorizzare i doni che Dio ti ha elargito nella vita.


"Il 7 ottobre 2023 ha segnato profondamente Israele. Lei viveva in una zona di frontiera: come ha vissuto quei giorni personalmente?"

Come tutto Israele. Un lutto, un trauma dal quale non riusciamo a sollevarci fino ad oggi.


" Dopo quello che è successo, è diventato più difficile continuare a credere nel dialogo e nella possibilità di costruire ponti?"

Al contrario. Oggi ancora di più so che questa è l'unica strada. Ma su questi ponti non possono passare né Hamas, né Hezbollah, né i governi come la Turchia e l'Iran che seminano solo odio e morte.


"Che cosa vorrebbe che un giovane italiano capisse della sua storia dopo aver letto questa intervista?"

Che chiedesse di conoscermi, di conoscere i miei figli, i miei studenti per capire che ciò che i media e i social propinano senza controllare la verità è propaganda becera che non aiuta neanche i palestinesi di Gaza a sollevarsi dalle atrocità di Hamas.


"Se potesse incontrare l'Angelica ventenne che lasciava l'Italia per iniziare una nuova vita in Israele, che cosa le direbbe?"

Brava Angelica, stai facendo la scelta giusta! Avrai mille soddisfazioni, avrai la possibilità di aiutare, dare gioia e luce a tanta gente! Non ti abbattere mai e vai sempre avanti! Ce la farai sempre... proprio come ti dice il tuo papà.

Secondo me questa versione è pronta per la pubblicazione: è più asciutta nell'introduzione, mantiene un tono giornalistico e valorizza la testimonianza dell'intervistata senza appesantire il contesto.

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