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25 anni dopo l'11 settembre, una ferita ancora aperta in Occidente.

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
4 ore fa
Tempo di lettura: 5 min
Ground Zero, New York, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. A 25 anni di distanza, quella ferita resta aperta nella memoria e nella coscienza dell’Occidente.
Ground Zero, New York, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. A 25 anni di distanza, quella ferita resta aperta nella memoria e nella coscienza dell’Occidente.

Di Mauro Giubileo

L’11 settembre di 25 anni fa ha cambiato per sempre la nostra storia. Quattro aerei dirottati, due torri sventrate, quasi tremila innocenti uccisi. Una scia di sangue che da allora ha continuato a scorrere per il mondo. Il mondo non è stato più lo stesso. L’estremismo islamista stroncò, forse per sempre, le speranze di fine secolo di una globalizzazione pacifica e di un futuro di opportunità per ogni essere umano, una strada che sembrava ormai segnata dalla ventata di ottimismo che aveva accompagnato la caduta del Muro di Berlino e l’apertura dell’Oriente. Abbiamo preso coscienza di un nuovo nemico che avremmo dovuto fronteggiare. O meglio, con cui ci è stato imposto di convivere, contro la nostra volontà.

Perché di undici settembre, dopo il primo, ce ne sono stati tanti altri: l’11 marzo 2004, il 7 luglio 2005, il 7 gennaio 2015, il 13 novembre 2015, il 22 marzo 2016, il 19 dicembre 2016, il 17 agosto 2017, fino al 7 ottobre 2023 e oltre.

La grossa differenza è che dopo l’Undici settembre 2001, non senza difficoltà, gli Stati Uniti seppero reagire. La loro reazione fu la solidarietà verso le vittime, l’impegno per la ricostruzione, il patriottismo di un popolo ferito ma orgoglioso e pronto a combattere. E poi, necessariamente, la vendetta: dalla guerra contro il regime dei talebani, che offriva protezione e base logistica ai jihadisti di al-Qaeda, al Patriot Act, che rafforzò gli strumenti dello Stato americano per contrastare il terrorismo e il radicalismo islamista sul suolo nazionale. L’America, grazie alla leadership forte di George W. Bush e Dick Cheney, comprese che la sicurezza dell’Occidente non poteva essere affidata alla speranza o alla diplomazia da sola: contro chi aveva dichiarato guerra alla libertà bisognava combattere. La risposta americana fu quindi anche una riaffermazione del proprio ruolo nel mondo: difendere i propri cittadini, colpire i responsabili e impedire che regimi e organizzazioni terroristiche potessero continuare ad agire indisturbati. E anche se non si può dire che abbia ottenuto una totale immunità dalla minaccia islamista, perlomeno questa non si è più manifestata nelle forme disastrose dell’attacco al World Trade Center.

Non solo: forse con eccessivo ottimismo, ma pure con limpida morale ed encomiabile spirito di responsabilità, Bush e Cheney cercarono di trasformare quella che gli integralisti islamici avevano immaginato come una guerra volta ad estirpare i valori dell’Occidente in una guerra per “esportare” libertà e democrazia a sempre più popoli oppressi della Terra. Un esperimento che avrebbe potuto avere esiti migliori sul lungo periodo, se le successive amministrazioni non avessero smesso di crederci.

La domanda è: gli americani saprebbero reagire anche oggi in questo modo? Nel 2001 c’erano già i terzomondisti incalliti, i cattivi maestri imbottiti di oicofobia, anche se allora non aveva questo nome, ma non c’erano gli Hasan Piker e le bimbe di Bin Laden su TikTok. La società era in qualche modo ancora vergine rispetto ai veleni woke che avremmo visto negli anni più recenti. C’era dunque una leadership forte e una società civile unita e coesa. Oggi, probabilmente, non c’è più né l’una né l’altra. L’elezione a sindaco di New York di un islamocomunista che ha suscitato polemiche per alcune sue dichiarazioni sull’11 settembre e sulla condizione dei musulmani negli Stati Uniti, dice già molto del cambiamento intervenuto nella società americana.

Ben diverso il discorso per gli attentati avvenuti sul suolo europeo. Qua una società coesa c’era, una volta, ma mancava la leadership. Primi ministri meritevoli ci sono sicuramente stati. Ma qualcuno ricorda una sola, vera, adeguata reazione di fronte al martirio di europei aggrediti nelle discoteche, nelle redazioni di giornali, nelle vie dello shopping, al Pride o ai mercatini di Natale? Una reazione che potesse evitare il ripetersi di tragedie come queste? No. E non si parla di muovere guerre in giro per il mondo, non abbiamo nemmeno il coraggio di sostenere quelle mosse da Washington per il nostro bene, ma di aggredire il problema là dove è più evidente: ossia nei flussi migratori e nella radicalizzazione delle comunità musulmane sul suolo europeo. La tanto detestata e tanto maledetta, e per quanto ci riguarda tanto compianta, Oriana Fallaci aveva individuato il problema sin dall’inizio: è l’immigrazione il cavallo di Troia di cui il terrorismo si serve per sottometterci.


E mentre scontiamo anche noi il vento delle influencer coi capelli blu e dei seminatori di menzogne, degli antioccidentali in servizio permanente effettivo che iniettano il solito veleno nell’opinione pubblica, anestetizzandola di fronte all’evidente pericolo che troppo spesso diventa danno, noi europei scontiamo anche il ben più serio problema di non avere ormai da molto tempo leadership coraggiose. Ma non solo perché manchino. Perché ci ostiniamo a tenere in piedi quel sistema di supposta protezione di valori e diritti, espressione di un idealismo schizofrenico, anzi utopico, anzi distopico, che permea le nostre sacre costituzioni e carte internazionali di valori e diritti. Un corpus pachidermico di belle parole e stucchevole buonismo che ci lega le mani ogni volta che si provi a intervenire. Mentre l’America varava il Patriot Act, noi accoglievamo orde di immigrati, ci inventavamo il problema della “islamofobia”, impedivamo ai giornalisti di scrivere nei titoli di quale nazionalità fosse l’attentatore, sempre che di attentatore si parlasse: a volte erano solo “auto” magicamente “lanciate sulla folla”.

E non contenti di tutto questo, guardiamo con disprezzo a chi il terrorismo lo combatte davvero, ed efficacemente: Israele. Israele che rappresenta la realtà della Storia, indigeribile a un’Europa che pretende di vivere fuori dalla Storia.

Come già 25 anni fa criticavamo Bush e Cheney per la loro determinazione a proteggere i cittadini americani da al-Qaeda, così oggi ci scagliamo contro Netanyahu, reo di proteggere i cittadini israeliani dai proxies di Teheran. Evidentemente pensiamo che tutti dovrebbero fare come facciamo in Europa: lasciar morire gli europei e non muovere un dito.

Come ebbe a dire il “terzo uomo” del già citato tandem Bush-Cheney, Donald Rumsfeld, “la debolezza è una provocazione”. E questa non è l’ora della debolezza. Ogni Undici settembre è una lancetta che scocca, che suona la sveglia a un’Europa sorda, sedata e invertebrata: l’ora di riprendere il controllo. Delle frontiere, delle periferie, delle proprie istituzioni, ma anche del proprio ruolo nel mondo. Perché la sicurezza non è un valore secondario rispetto agli altri: è la condizione che permette a una società libera di continuare a esistere. Stati Uniti e Israele ci hanno dimostrato e ci dimostrano che una nazione che vuole davvero sopravvivere deve essere disposta a difendersi, a colpire quando necessario e ad assumersi la responsabilità del proprio destino. Se ci ostiniamo a volere “più” di questa Europa senza una maggiore capacità di difenderla, l’Europa semplicemente scomparirà.

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