Sgarbi assolto, ma non è Giustizia.

Di Enrico Maria Mori
Vittorio Sgarbi è stato assolto qualche giorno fa dalla Corte dei conti dall’accusa di danno erariale in relazione ai compensi delle svariate conferenze da lui tenute quando era ancora Sottosegretario al Ministero della Cultura, tra il 2022 e il 2024. Secondo la Procura contabile, le prestazioni poste in essere dal noto critico d’arte risultavano particolarmente confliggenti con il ruolo istituzionale da lui ricoperto, giacché ne avrebbero fortemente compromesso l’imparzialità, tanto da ritenere che Sgarbi avrebbe dovuto restituire ben 200 mila euro al dicastero.
Tuttavia, la magistratura contabile ha ritenuto che dette conferenze non solo esulassero dalle specifiche deleghe attribuite all’ex Sottosegretario, ma che quest’ultimo avesse il pieno diritto di prendervi parte, in ossequio, come si legge nella sentenza, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU).
Tuttavia, il clamore iniziale che investì Sgarbi agli albori del presunto scandalo non si è manifestato, con la medesima veemenza mediatica, dinanzi alla notizia, più che positiva, della sua assoluzione. Una sproporzione che pone in luce alcuni aspetti ormai ricorrenti del nostro sistema mediatico.
In primo luogo, sin da Mani Pulite, si ravvisa una tendenza sempre più raccapricciante a crocifiggere gli indagati non appena a questi ultimi venga notificato un avviso di garanzia, in spregio all’ordinamento costituzionale, specie all’articolo 27, comma 2, Cost., che sancisce la presunzione di non colpevolezza sino a una sentenza definitiva di condanna
In secondo luogo riaffiorano, alternativamente e spesso secondo il colore politico del malcapitato, pulsioni giustizialiste e manettare, espressione della volontà di celebrare il processo sulla pubblica piazza prima ancora che nelle aule di giustizia, quasi elevando a criterio di giudizio il vecchio brocardo vox populi, vox Dei.
Né si tiene adeguatamente conto dell’ambiente sociale e politico che può venirsi a creare attorno alla persona sottoposta a un procedimento: una pressione capace di stringerla in una spirale di isolamento, delegittimazione ed esasperazione, mentre l’opinione pubblica, inevitabilmente condizionata dalla rappresentazione mediatica della vicenda, rischia di pronunciare la propria sentenza assai prima del giudice.
Ecco dunque manifestarsi, anche nell’affaire Sgarbi, i tre principali pilastri del processo mediatico preventivo: la demonizzazione personale dell’interessato; l’amplificazione della vicenda in assenza di un accertamento giudiziale definitivo; l’esposizione al pubblico ludibrio attraverso una rappresentazione mediatica che rischia di trasformare il sospetto in colpevolezza e l’accusa in condanna.
A questa pericolosa deriva informativo-giudiziaria si è accompagnata, nel caso di Sgarbi, una condizione personale divenuta nel tempo visibilmente più fragile. Oggi Sgarbi appare diverso dall’uomo che per decenni ha occupato, con fragore e incontenibile vitalità, la scena culturale e politica italiana. Nel suo sguardo sembra affiorare una sofferenza che precede e trascende persino l’esito del giudizio. Il fragore, l’audacia e la determinazione che ne hanno contraddistinto la figura pubblica sembrano avere ceduto il passo alla vulnerabilità di chi ha dovuto affrontare, prima ancora del pronunciamento dei giudici, il peso di una condanna sociale.
L’interrogativo che dovrebbe allora interpellare le nostre coscienze è un altro: chi potrà mai restituire ciò che viene sottratto a una persona durante gli anni del processo mediatico? E, soprattutto, la notizia del definitivo scagionamento riceverà uno spazio anche solo lontanamente paragonabile a quello riservato all’accusa? Sono domande che, al momento, sembrano difettare di adeguati riscontri fattuali. Resta l’augurio che Vittorio Sgarbi possa ritrovare quella piena vitalità esistenziale che per tanti anni ne ha contraddistinto la presenza nella vita culturale italiana.




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