Condannata a morte dal regime per un post sui social.

Di Davide Filippi
Ha solo 23 anni, studia contabilità all’Università e il suo futuro oggi è appeso a un filo, dentro
una cella. La colpa di Najmeh Amini? Un post sui social. Una condanna a morte per blasfemia
che rischia di trasformare l’ennesima giovane vita nel simbolo di un regime – quello della
Repubblica Islamica – che dal 1979 ha soffocato la promessa di una Persia moderna e fiera
sotto il peso del terrore teocratico.
I dati di quest’anno fanno raggelare il sangue. Secondo Iran Human Rights, al 10 ottobre 2026
nel Paese si contano già più di seicento esecuzioni.
Significa una media brutale di oltre due
condannati al giorno, senza nemmeno calcolare le vittime delle proteste di gennaio, che
spingerebbero la cifra a decine di migliaia. Per gli iraniani il significato delle cose è capovolto:
se noi vediamo una gru e pensiamo a un cantiere, a loro viene in mente chi è stato impiccato
oggi.
La tragedia di Najmeh non è un caso isolato, ma il sintomo di un crollo storico. Prima del
1979, sotto la guida della dinastia Pahlavi, la Persia stava vivendo una profonda
modernizzazione economica e sociale. Le donne godevano di libertà civili impensabili nel
resto della regione, e l’idea stessa di morire per «blasfemia» sembrava un incubo lontano.
La rivoluzione khomeinista ha spezzato quel percorso. Oggi, di fronte all’orrore quotidiano,
una parte sempre più grande della popolazione torna a guardare con speranza a Reza Pahlavi.
Il principe ereditario rappresenta per milioni di persone l’unica vera alternativa: il ritorno a un
Iran laico, democratico, capace di liberarsi dal fondamentalismo religioso.
Sia chiaro: questa non è una battaglia contro l’Islam o contro i musulmani. La stessa famiglia
Pahlavi è musulmana. La fede di milioni di credenti merita rispetto e tutela. Il vero nemico è
l’uso politico della religione, quella struttura ideologica che trasforma la teologia in un’arma di
oppressione.
Il dramma di Najmeh Amini – arrestata nel febbraio scorso durante le proteste e condannata
per sab ol-nabi (insulto al Profeta) – dimostra che il regime non sta proteggendo la fede: sta
solo proteggendo se stesso. Quando un’opinione si punisce con la morte, non c’è giustizia
divina, ma solo la paura di un potere tirannico che sente tremare la terra sotto i piedi.
Quella stessa violenza che Teheran riserva ai propri cittadini si riflette sulla stabilità globale.
La Repubblica Islamica è il burattinaio dietro Hamas, Hezbollah e gli Houthi, mossa
dall’ossessione di distruggere Israele – l’avamposto della democrazia e delle libertà civili nella regione.
Le due cose si tengono insieme: l’odio contro lo Stato ebraico e la repressione interna sono le
facce della stessa medaglia, che rifiuta la modernità e i diritti umani.
Bisogna capire che difendere Najmeh Amini significa capire che la sicurezza dell’Occidente e
la pace in Medio Oriente passano inevitabilmente dalla fine di questa teocrazia.
La condanna a morte di Najmeh non è ancora definitiva. C’è ancora tempo per ricorrere in
appello, e proprio per questo il fiato sul collo da parte dei media e dei governi occidentalidiventa decisivo. Non serve essere d’accordo con le idee di questa studentessa per chiedere
di salvarla: basta credere che nel 2026 non si possa morire per un post



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