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Condannata a morte dal regime per un post sui social.

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
16 ott
Tempo di lettura: 2 min



Najmeh Amini
Najmeh Amini

Di Davide Filippi

Ha solo 23 anni, studia contabilità all’Università e il suo futuro oggi è appeso a un filo, dentro

una cella. La colpa di Najmeh Amini? Un post sui social. Una condanna a morte per blasfemia

che rischia di trasformare l’ennesima giovane vita nel simbolo di un regime – quello della

Repubblica Islamica – che dal 1979 ha soffocato la promessa di una Persia moderna e fiera

sotto il peso del terrore teocratico.

I dati di quest’anno fanno raggelare il sangue. Secondo Iran Human Rights, al 10 ottobre 2026

nel Paese si contano già più di seicento esecuzioni.

Significa una media brutale di oltre due

condannati al giorno, senza nemmeno calcolare le vittime delle proteste di gennaio, che

spingerebbero la cifra a decine di migliaia. Per gli iraniani il significato delle cose è capovolto:

se noi vediamo una gru e pensiamo a un cantiere, a loro viene in mente chi è stato impiccato

oggi.


La tragedia di Najmeh non è un caso isolato, ma il sintomo di un crollo storico. Prima del

1979, sotto la guida della dinastia Pahlavi, la Persia stava vivendo una profonda

modernizzazione economica e sociale. Le donne godevano di libertà civili impensabili nel

resto della regione, e l’idea stessa di morire per «blasfemia» sembrava un incubo lontano.

La rivoluzione khomeinista ha spezzato quel percorso. Oggi, di fronte all’orrore quotidiano,

una parte sempre più grande della popolazione torna a guardare con speranza a Reza Pahlavi.

Il principe ereditario rappresenta per milioni di persone l’unica vera alternativa: il ritorno a un

Iran laico, democratico, capace di liberarsi dal fondamentalismo religioso.

Sia chiaro: questa non è una battaglia contro l’Islam o contro i musulmani. La stessa famiglia

Pahlavi è musulmana. La fede di milioni di credenti merita rispetto e tutela. Il vero nemico è

l’uso politico della religione, quella struttura ideologica che trasforma la teologia in un’arma di

oppressione.


Il dramma di Najmeh Amini – arrestata nel febbraio scorso durante le proteste e condannata

per sab ol-nabi (insulto al Profeta) – dimostra che il regime non sta proteggendo la fede: sta

solo proteggendo se stesso. Quando un’opinione si punisce con la morte, non c’è giustizia

divina, ma solo la paura di un potere tirannico che sente tremare la terra sotto i piedi.

Quella stessa violenza che Teheran riserva ai propri cittadini si riflette sulla stabilità globale.

La Repubblica Islamica è il burattinaio dietro Hamas, Hezbollah e gli Houthi, mossa

dall’ossessione di distruggere Israele – l’avamposto della democrazia e delle libertà civili nella regione.


Le due cose si tengono insieme: l’odio contro lo Stato ebraico e la repressione interna sono le

facce della stessa medaglia, che rifiuta la modernità e i diritti umani.

Bisogna capire che difendere Najmeh Amini significa capire che la sicurezza dell’Occidente e

la pace in Medio Oriente passano inevitabilmente dalla fine di questa teocrazia.

La condanna a morte di Najmeh non è ancora definitiva. C’è ancora tempo per ricorrere in

appello, e proprio per questo il fiato sul collo da parte dei media e dei governi occidentalidiventa decisivo. Non serve essere d’accordo con le idee di questa studentessa per chiedere

di salvarla: basta credere che nel 2026 non si possa morire per un post

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