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La rivoluzione antifemminista di Sydney Sweeney.

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
16 set
Tempo di lettura: 3 min
Sydney Sweeney al Santa Barbara International Film Festival, protagonista della controversia legata alla campagna pubblicitaria di Novig.
Sydney Sweeney al Santa Barbara International Film Festival, protagonista della controversia legata alla campagna pubblicitaria di Novig.

Di Davide Festa

C'è qualcosa di curioso nella nuova polemica che coinvolge Sydney Sweeney. Un'attrice partecipa a una campagna pubblicitaria per Novig, una piattaforma di previsioni sportive, apparendo in abiti estremamente succinti e utilizzando palloni e attrezzature sportive per coprire il corpo. La pubblicità scatena la reazione di numerose atlete, che accusano la campagna di sessualizzare le donne e di sminuire il lavoro e la professionalità delle sportive. Sweeney, apparentemente in risposta alle critiche, ha poi pubblicato immagini tratte dall'ESPN Body Issue, nel quale numerosi atleti professionisti hanno posato nudi o seminudi.Ma dietro questa ennesima guerra culturale sul corpo femminile c'è una questione molto più interessante della pubblicità stessa. Chi decide che cosa sia una donna libera?

È qui che la vicenda Sweeney può trasformarsi in qualcosa di molto più radicale di una semplice polemica pubblicitaria: in una critica all'idea stessa che l'emancipazione femminile debba necessariamente essere organizzata attraverso una politica fondata sul sesso. Il paradosso della libertà.

La formula my body, my choice è diventata uno degli slogan più conosciuti del femminismo contemporaneo.

Ma prendiamola sul serio.

Il mio corpo, la mia scelta.

Se una donna è davvero libera di scegliere, la sua scelta non può diventare libera soltanto quando piace a chi difende la sua emancipazione.

Una donna può scegliere di fare l'atleta.

Può scegliere di fare l'attrice.

Può scegliere una carriera.

Può scegliere la maternità.

Può scegliere di stare a casa.

Può essere riservata.

Può essere provocante.

Può voler mostrare il proprio corpo.

Può non volerlo mostrare.

E può anche fare una scelta che un'altra donna considera sbagliata.

Il principio liberale non consiste nello stabilire quale di queste donne sia veramente emancipata.

Consiste nel riconoscere che sono tutte individui dotati degli stessi diritti.

Ed è proprio qui che la prospettiva libertaria entra in conflitto con ogni forma di paternalismo, anche quando si presenta con il linguaggio dell'emancipazione.

Ludwig von Mises sosteneva che, finché il femminismo chiedeva semplicemente pari diritti tra uomini e donne, esso rientrava nel grande movimento liberale. Secondo la sua critica, il problema nasceva con l’alleanza con il socialismo e con la trasformazione della questione femminile in una battaglia per l’uguaglianza dei risultati.

Qui si inserisce anche il principio attribuito ad Ayn Rand: «L’idea che le donne abbiano bisogno di un movimento politico speciale è offensiva. L’individuo, non il gruppo, è l’unità morale della società.»Da questa prospettiva, la donna non dovrebbe essere considerata una categoria politica omogenea. Stessi diritti davanti alla legge, nessuna discriminazione positiva o negativa e libertà di scegliere la propria vita: carriera o famiglia, riservatezza o esibizione, sport o spettacolo.

Anche le differenze biologiche possono essere riconosciute senza trasformarle né in una gerarchia giuridica né in qualcosa da cancellare per ottenere risultati prestabiliti.

La provocazione della vicenda Sweeney, quindi, non è stabilire se la pubblicità sia bella o brutta, sessista o meno. È chiedersi se una donna debba essere libera solo quando la sua scelta coincide con ciò che una determinata ideologia considera emancipato.

La “rivoluzione antifemminista” in questa lettura non significa tornare alla subordinazione della donna. Significa superare la necessità stessa di trattare le donne come un gruppo politico separato.

Non la donna contro l’uomo. Non il gruppo contro l’individuo.

L’individuo contro ogni forma di coercizione.

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