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Trump all’ONU rivendica la sovranità nazionale.

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
23 set
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 24 set


Donald Trump durante il suo intervento alla 81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, il 22 settembre 2026.
Donald Trump durante il suo intervento alla 81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, il 22 settembre 2026.

Di Davide Filippi

Donald Trump è salito sul podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per ristabilire un principio politico fondamentale che il globalismo progressista ha cercato a lungo di cancellare: la difesa della sovranità nazionale e il primato dell’interesse patrio. Immigrazione clandestina, minaccia comunista a Cuba, terrorismo e lo strapotere transnazionale dei cartelli della droga: il presidente americano ha trasformato il suo discorso in una fiera e necessaria rivendicazione della forza, dell’autonomia e dell’indipendenza degli Stati Uniti di fronte alle istituzioni internazionali.

Ma è sulla ferita aperta del Medio Oriente, e in particolare sulla minaccia dell’Iran, che Trump ha pronunciato le parole più ferme e incisive. Da un lato la via del negoziato subordinata a condizioni tassative; dall’altro, il monito durissimo di «annientare» la Repubblica Islamica se continuerà a destabilizzare il mondo libero.

Ed è proprio qui che sorge spontanea la domanda che la sinistra pacifista evita di porsi: accordo su cosa?


Il nucleare è solo la punta dell’iceberg

L’errore strategico della vecchia dottrina obamiana è credere che la minaccia esistenziale rappresentata dall’estremismo di Teheran si esaurisca nel dossier sul programma nucleare.

Ipotizziamo pure che domani Washington e Teheran firmino un compromesso sulla carta. Immaginiamo che l’oscurantista regime degli ayatollah accetti formalmente le ispezioni internazionali e ponga un tetto all’arricchimento dell’uranio.

Bene. Ma cosa succederebbe il giorno successivo?

Cesserebbe forse l’espansionismo aggressivo del regime nella regione? Teheran smetterebbe di finanziare, armare e addestrare i terroristi di Hezbollah in Libano, i macellai di Hamas a Gaza e le altre milizie islamiste? Verrebbe meno il supporto logistico ai ribelli Houthi nello Yemen che minacciano i commerci globali controllando la via di accesso al Mar Rosso e alle milizie sciite in Iraq?


La partita geopolitica è infinitamente più vasta delle sole centrifughe di Natanz o Isfahan

E soprattutto: un eventuale accordo costringerebbe finalmente l’Iran a riconoscere il sacrosanto diritto all’esistenza dello Stato di Israele, unico baluardo democratico e occidentale nella regione?

L’ostilità fanatica verso Gerusalemme e il culto della cosiddetta «resistenza» islamica sono pilastri ideologici non negoziabili per la Repubblica Islamica. Un’intesa parziale che tocchi solo l’uranio lascerebbe intatta la macchina da guerra iraniana, un errore che l’Occidente non può permettersi di ripetere.

Il fallimento storico del JCPOA

La storia recente, d’altronde, ha già emesso il suo verdetto sul fallimento della diplomazia debole.

Nel 2015 l’amministrazione Obama/Biden firmò il JCPOA, un accordo pasticciato che di fatto ha legittimato e arricchito le casse del regime iraniano. Nel 2018, con realismo e lungimiranza, la prima amministrazione Trump decise di stracciare quel trattato-farsa, denunciando come non affrontasse minimamente né le ambizioni nucleari a lungo termine di Teheran, né il suo pericoloso programma missilistico a lungo raggio né il network del terrore regionale.


La vera questione, dunque, non è l’accordo in sé, ma la fermezza delle garanzie. Un trattato degno di questo nome deve disarmare politicamente e militarmente Teheran, non concedergli tregue per riorganizzarsi.

Il dovere morale di non legittimare i tiranni

C’è poi un aspetto etico che il pragmatismo cinico delle cancellerie progressiste europee tende a sacrificare: la sistematica violazione dei diritti più elementari della persona all’interno dei confini iraniani.

Sedersi al tavolo con Teheran parlando solo di uranio significa girarsi dall’altra parte di fronte al dramma di un popolo oppresso da 47 anni . L’obbligo del velo islamico, la caccia all’uomo contro i dissidenti, la persecuzione dei cristiani e delle minoranze, e il ricorso industriale alla pena di morte sono l’essenza stessa della dittatura teocratica.

I dati raccolti dai monitoraggi internazionali di Human Rights Watch parlano chiaro: solo tra marzo e agosto 2026, il regime ha giustiziato almeno 59 persone con processi farsa legati a motivi politici e alla sicurezza nazionale, soffocando nel sangue le proteste scoppiate alla fine del 2025.

Nelle nostre città l’immagine di una gru evoca progresso e cantieri edili. Per i giovani iraniani, la gru è il macabro simbolo del patibolo di regime, lo strumento utilizzato nelle piazze per le impiccagioni pubbliche. È accettabile ignorare tutto questo in nome di una firma su un trattato?

Distinguere la nazione dal regime teocratico

L’Iran non è la Repubblica Islamica.


L’Iran è l’erede dell’Impero Persiano, una civiltà millenaria, fiera e colta, che precede di secoli l’oscurantismo khomeinista. Il regime nato nel 1979 è un’aberrazione totalitaria, un sistema di potere clericale che tiene in ostaggio una nazione. Confondere i carnefici con le vittime significa fare un torto imperdonabile a chi rischia la vita per la propria libertà.

Le storiche rivolte nate nel nome di Mahsa Jina Amini hanno dimostrato che esiste un Iran profondo che rifiuta la sottomissione al clero sciita. Il grido «Donna, Vita, Libertà» non era un attacco all’identità nazionale iraniana, ma una rivolta patriottica contro l’oppressione teocratica.

Cuba e il contrasto ai regimi falliti

Il discorso di Trump all’ONU ha collegato questi scenari globali in una visione d’insieme coerente, che non risparmia l’America Latina.

Il presidente ha sferrato un attacco frontale alla dittatura comunista di Cuba, definendola senza giri di parole uno «Stato destinato a fallire» e profetizzando il ritorno della libertà sull’isola. La delegazione cubana ha abbandonato l’aula durante il suo intervento, mentre Trump attaccava duramente il regime comunista dell’Avana.»


La dottrina Trump non riduce il confronto internazionale a un mero esercizio burocratico: riconosce lo scontro di civiltà e di modelli politici. Da un lato ci sono i regimi autoritari: Russia , Cina, Iran, Venezuela…collettivisti e liberticidi; dall’altro c’è il modello occidentale guidato da una nazione che rivendica il diritto di difendere i propri confini, la propria sicurezza e i propri valori

La difesa dei confini e la lotta ai cartelli

Questo patriottismo pragmatico emerge chiaramente anche sul fronte interno, a partire dalla gestione dell’immigrazione e della sicurezza nazionale.

Trump ha rispedito al mittente i diktat delle élite globaliste e delle organizzazioni internazionali che pretendono di imporre l’accettazione passiva dei flussi migratori clandestini. La sovranità, ha ricordato il presidente, inizia dal controllo delle proprie frontiere. Un paese senza confini non è un paese.

Allo stesso modo, la promessa di utilizzare la devastante potenza militare statunitense per sradicare i cartelli della droga messicani – equiparati a vere e proprie organizzazioni terroristiche – dimostra la volontà di abbandonare le timidezze burocratiche per tutelare l’integrità dell’intero emisfero occidentale. Non sono da ignorare le connessioni infatti tra i “Narcos” ed Hezbollah i quali hanno permesso alla organizzazione terroristica libanese di mettere piede nel continente Americano.


Un nuovo paradigma globale: la forza delle nazioni

Iran, Cuba, muri ai confini e guerra ai narcos non sono dossier isolati, ma i tasselli di un’unica, chiara visione del mondo: l’America ha chiuso la stagione della debolezza e delle concessioni unilaterali.

Le sintesi della Casa Bianca confermano questo cambio di paradigma basato su concetti non negoziabili: la pace attraverso la forza (peace through strength), la sovranità nazionale, la lotta senza quartiere al comunismo e il rifiuto categorico di qualsiasi agenda di di governo sovranazionale.

È una visione che spaventa le cancellerie progressiste della vecchia Europa, ma della quale è impossibile non cogliere la formidabile coerenza interna. Trump non è andato al palazzo di vetro dell’ONU per omaggiare il multilateralismo di facciata; ci è andato per ribadire che la libertà e la sicurezza dei popoli poggiano sulla forza delle nazioni sovrane, non sulle risoluzioni di facciata di comitati internazionali senz’anima.

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