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Sei anni dopo, gli Accordi di Abramo hanno superato la prova più difficile

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
15 set
Tempo di lettura: 3 min
Donald Trump, Benjamin Netanyahu e i rappresentanti di Emirati Arabi Uniti e Bahrein durante la firma degli Accordi di Abramo alla Casa Bianca, il 15 settembre 2020.
Donald Trump, Benjamin Netanyahu e i rappresentanti di Emirati Arabi Uniti e Bahrein durante la firma degli Accordi di Abramo alla Casa Bianca, il 15 settembre 2020.

Di Davide Filippi

Sei anni dopo, gli Accordi di Abramo hanno superato la prova più difficile

Il 15 settembre 2020, sul prato della Casa Bianca, Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein firmavano gli Accordi di Abramo. Per la prima volta dopo ventisei anni dei Paesi arabi sceglievano di normalizzare i rapporti con Israele.

Oggi, sei anni più tardi, la vera domanda non è quanto fossero storiche quelle fotografie. È un’altra: cosa resta di tutto questo dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza?

Non è un mistero che Hamas vedesse proprio in questo avvicinamento una minaccia. Quella normalizzazione era esattamente ciò che Yahya Sinwar voleva far saltare quando pianificò l’ attacco del 7 ottobre.

Eppure, gli Accordi non sono svaniti nel nulla.

Emirati, Bahrein e poi il Marocco hanno continuato a tenere aperti i canali diplomatici ed economici con Gerusalemme. Lo hanno fatto nonostante la pressione interna delle proprie piazze e una tensione mediatica ai massimi storici. Non solo i patti hanno retto, ma i dati ci dicono che il volume degli scambi commerciali è persino cresciuto.

Nel frattempo, la geografia di questa intesa si è allargata con l’ingresso del Kazakistan nel 2025, e ciclicamente tornano a galla voci su altri attori interessati, dalla Mauritania all’Indonesia, fino all’Oman e alla Libia.

Sappiamo tutti, però, che la vera svolta si gioca su un altro tavolo: quello dell’Arabia Saudita.

Riad è il peso massimo del mondo arabo, il custode dei luoghi sacri dell’Islam. Ma è anche un Paese che, attraverso la Vision 2030 di Mohammed bin Salman, sta cercando di cambiare pelle e aprirsi all’esterno.

Per generazioni siamo stati abituati a leggere la politica mediorientale attraverso un unico grande dogma, nato dai tempi di Oslo: Israele da una parte, il mondo arabo dall’altra, e nessuna pace possibile senza prima aver risolto la questione palestinese.

Per decenni la leadership palestinese ha avuto il potere di veto su qualsiasi trattativa. Qualsiasi ponte tra Israele e i vicini doveva passare da loro.

Nel settembre del 2020 quel paradigma si è rotto.

Su questo bisogna dare atto a Donald Trump e Benjamin Netanyahu di aver visto lungo. Spesso accusati di essere tutto tranne che uomini di pace, sono riusciti a concretizzare uno scenario che fino al giorno prima chiunque avrebbe definito pura fantapolitica.

I Paesi del Golfo e il Marocco hanno fatto una scelta pragmatica, mettendo davanti i propri interessi nazionali: sicurezza, commercio, tecnologia, energia e, soprattutto, la necessità di fare fronte comune contro l’influenza dell’Iran e delle sue milizie.

Oggi, nel 2026, quella che era nata come un’intesa diplomatica è diventata una rete strutturata. Parliamo di progetti reali nei settori della difesa, dell’intelligenza artificiale, della ricerca e delle rotte commerciali.

È qualcosa che tocca anche la quotidianità. Banalmente, oggi un cittadino israeliano che deve volare in Australia può attraversare lo spazio aereo saudita e fare scalo a Dubai. La normalizzazione ha accorciato le distanze fisiche ed economiche, creando benefici che vanno ben oltre i governi che hanno firmato i trattati.

Non siamo più di fronte a una passerella diplomatica a Washington. Siamo davanti a un cambio di rotta geopolitico.

Gli Accordi di Abramo non hanno trasformato il Medio Oriente in un’oasi di pace da un giorno all’altro. Ma hanno fatto una cosa più realistica: hanno legato i destini economici e strategici di Paesi che per cinquant’anni si erano guardati solo con diffidenza.

Forse sta tutta qui la loro eredità. La pace non chiede di andare d’accordo su tutto. Chiede che la cooperazione sia semplicemente più conveniente e utile del conflitto.

A sei anni di distanza, quegli accordi sono ancora in piedi. E la loro prova più difficile non è stata quella del debutto nel 2020. È stata quella superata dopo lo scoppio della guerra a Gaza, quando la scelta più facile per tutti i leader arabi sarebbe stata quella di strappare i trattati e tornare indietro.

Il nuovo Medio Oriente è ancora un cantiere aperto. Ma sei anni fa sono state gettate le sue fondamenta.

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