Novant’anni di Berlusconi: la rivoluzione del centrodestra

Di Enrico Maria Mori
Oggi Silvio Berlusconi avrebbe compiuto 90 anni. Il 29 settembre del 1936, in quel di Milano, vide la luce uno dei personaggi che, nel volgere di pochi decenni, avrebbe cambiato la storia d’Italia. Imprenditore, statista, innovatore, genio della comunicazione: il Presidente non può essere descritto brevemente, in quanto in vita fu una personalità multiforme, nella quale convivevano caratteristiche e qualità difficilmente riassumibili. Diffidate, dunque, dalle descrizioni sommarie e semplicistiche volte a screditare la figura del Cavaliere.
L’interrogativo più importante da porsi è il seguente: quanto abbia inciso la politica di Berlusconi sulle dinamiche della Destra italiana? Si può, oggi, pensare un centrodestra alternativo e diverso da quello attuale? Difficilmente si potrebbero prospettare scenari differenti e assai più favorevoli rispetto alla spinta propulsiva del 1994 che condusse alla creazione di una delle coalizioni più stabili e durature, salvo rare parentesi, della politica italiana a partire dalla Seconda Repubblica.
L’innovazione berlusconiana fu, infatti, quella di unire forze conservatrici e anticomuniste in un unico universo politico e coalizionale, gettando così le basi di una ricetta politica fruttuosa. Se considerate singolarmente, la Lega Nord di bossiana memoria, Alleanza Nazionale e Forza Italia erano, e ancora oggi sono, nelle rispettive configurazioni odierne — Forza Italia, Lega Salvini Premier e Fratelli d’Italia — financo confliggenti su alcune posizioni economiche, sociali e di politica estera ed europea. Tuttavia, la lungimiranza politica di quel disegno fu quella di aver individuato, quale comune denominatore, delle linee rosse invalicabili su cui, pur nelle relative differenze, tutti e tre i partiti potessero convergere: primo fra tutti, una comune collocazione alternativa alla sinistra, fondata su anticomunismo, libertà economica, sicurezza e valorizzazione delle identità. Una visione del mondo e della società che, singolarmente nelle diverse formazioni partitiche, si declinava diversamente senza, però, minare la solidità della coalizione di centrodestra.
Silvio Berlusconi, dunque, dette vita a un orizzonte ideologico-valoriale che ha regalato all’Italia anni di stabilità, benessere e prosperità. Ma il Cavaliere non fu soltanto un abile aggregatore di risorse umane, ma anche uno dei migliori e più lungimiranti interpreti della politica estera. Pratica di Mare, gli ottimi rapporti con la Libia di Muʿammar Gheddafi e persino i proficui rapporti con la Russia di Putin dimostrano la grandezza del leader azzurro nell’intessere rapporti internazionali nell’interesse della Patria. Non si tratta di un’esaltazione parodistica delle gesta del fondatore di Forza Italia, bensì di un’analisi lucida circa il suo operato. Difatti, terminata l’esperienza berlusconiana a Palazzo Chigi, i rapporti internazionali facenti capo a tali leader, salvo il colonnello libico, ucciso nel corso della guerra civile libica, si sono offuscati sempre più nel nome della grigia burocrazia di Bruxelles, gelosa, secondo la lettura berlusconiana, dei rapporti privilegiati dell’Italia con Stati che, soprattutto negli anni successivi, sarebbero divenuti sempre più invisi a numerosi governi occidentali. Una dinamica culminata in quello che Berlusconi avrebbe poi definito il «golpe» del 2011.
Berlusconi fu, pertanto, un vir magnus ac multiformis. In qualunque campo si cimentasse, riusciva a uscirne vincitore, come dimostrano anche le numerose vicende giudiziarie di cui fu oggetto, molte delle quali conclusesi con pronunce assolutorie: Tangenti alla Guardia di Finanza, Medusa, SME-Ariosto, processo Ruby, Ruby ter di Siena, Ruby ter di Roma e Ruby ter di Milano.
L’ultimo tassello della sua rilevanza politica è giunto qualche giorno fa: il 25 settembre, esattamente quattro anni dopo la vittoria di Giorgia Meloni alle elezioni del 2022, gli è stato ufficialmente intitolato l’aeroporto di Milano-Malpensa. Inutile dire che, anche dopo la sua scomparsa, Berlusconi continua a essere onnipresente all’interno della politica nazionale, questo perché l’Italia post-Tangentopoli risulta, per larga parte, modellata e implicitamente ispirata alla visione politica berlusconiana.




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