L’illusione della Fashion Week e la realtà del totalitarismo: a Milano la libertà si difende senza sfilate

Di Davide Filippi
Mentre Milano si smarriva nel consueto e fatuo palcoscenico di sfilate, party blindati e feticci della Fashion Week, a pochi metri di distanza andava in scena una brutale e necessaria dose di realtà. Quella che l’Occidente progressista e relativista tende troppo spesso a dimenticare: la natura intrinsecamente liberticida del fondamentalismo islamico.
Al Centro Congressi di Assolombarda, l’evento “Donne: la libertà è sempre di moda” (promosso dall’Istituto Milton Friedman e dall’Associazione Italia-Iran) ha azzerato la retorica del vittimismo politicamente corretto. A parlare sono stati i fatti, attraverso testimonianze che pesano come macigni.
Ela Elyakim ha oggi poco più di dieci anni. Il 7 ottobre 2023, quando i terroristi di Hamas hanno assaltato il kibbutz di Nahal Oz uccidendo suo padre, la compagna di lui e il figlio della donna, ne aveva appena otto. Trascinata a Gaza con la sorella Dafna, ha patito 51 giorni di prigionia nelle viscere dei tunnel, rinchiusa in gabbia e sottoposta a una spietata guerra psicologica. «Israele non esiste più, resterai qui per sempre», le ripetevano gli aguzzini. Un tentativo sistematico di eradicare l'identità stessa di una bambina, prima ancora della sua terra.
Poco distante da lei, in platea, sedeva Fawzia Amin Sido, giovane yazida di Sinjar rapita nel 2014 dalle orde dell’ISIS a soli dieci anni. Venduta come schiava, abusata, deportata a Gaza nel 2020 e costretta a sposare un jihadista per dare alla luce due figli. È stata liberata dopo un decennio di inferno. Il suo monito alla platea è un ceffone all'indifferenza di chi, in Europa, fatica a dare un nome al male: «Non chiedo la vostra compassione, chiedo umanità».
Il quadro delle resistenze al totalitarismo teocratico si è completato con Elaheh Tavakolyan, dissidente iraniana che reca sul corpo i segni della repressione del regime degli Ayatollah dopo la morte di Mahsa Amini, e Husna Jalal, attivista afghana che combatte contro l'oscurantismo dei talebani, capaci di vietare per legge l'istruzione alle ragazze oltre la sesta classe.
Sigle e geografie diverse, ma la radice ideologica è identica. Ovunque l'islamismo politico si fa Stato o milizia, il primo obiettivo per edificare il controllo sociale è la donna. Il corpo femminile diventa così il vero perimetro di una guerra culturale e politica.
Ed è qui che il legame con la moda cessa di essere un accostamento frivolo. Nel panel “Cosa nasconde il tuo make-up?”, con stilisti e l’influencer Taylor Mega, il focus si è spostato su estetica e apparenza. Quello che nelle nostre libere democrazie capitalistiche è un gesto scontato — truccarsi, scegliere un abito, mostrare i capelli o pubblicare una foto sui social — sotto una dittatura islamista si trasforma in un reato politico. Un'insubordinazione da punire, nei casi peggiori, con la morte.
Il cuore della questione non risiede nel velo o nel rossetto in quanto tali, ma nel principio inalienabile della sovranità individuale. La libertà occidentale non è un concetto astratto da salotto progressista, ma si sostanzia in diritti concreti: studiare, lavorare, dissentire, amare e disporre di se stessi. Le voci giunte da Gaza, Teheran, Kabul e Sinjar dimostrano che la libertà non è un trend passeggero. È un baluardo universale che l’Occidente ha il dovere morale di difendere.




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