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L’Europa si svende alla Cina in nome del Green Deal.

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
11 ott
Tempo di lettura: 3 min

Le relazioni economiche tra Unione Europea e Cina al centro delle sfide per la sicurezza e la sovranità industriale europea.
Le relazioni economiche tra Unione Europea e Cina al centro delle sfide per la sicurezza e la sovranità industriale europea.

Di Maria Antonietta Ciocca

L’Unione Europea ha tracciato una rotta ambiziosa verso la decarbonizzazione, presentando la transizione energetica come la strada per liberarsi dai combustibili fossili e dai ricatti dei Paesi produttori. Ma dietro questa promessa si nasconde un paradosso: nel tentativo di spezzare le vecchie dipendenze energetiche, l’Occidente rischia di crearne una nuova, ancora più profonda e pericolosa. Il nuovo centro di questa dipendenza è l’Asia, e in particolare la Cina.

La narrazione dominante presenta l’energia solare ed eolica come fonti intrinsecamente libere, perché sfruttano risorse naturali inesauribili. Ma il fatto che il sole e il vento siano disponibili in natura non significa che produrre energia attraverso di essi sia semplice, economico o sufficiente a garantire l’autonomia di un Paese.

Il primo problema è l’intermittenza. Il sole non splende sempre e il vento non soffia in modo costante. Senza sistemi di accumulo adeguati, reti elettriche efficienti e fonti programmabili di supporto, queste tecnologie non possono garantire da sole la continuità energetica richiesta dall’industria pesante e dai servizi essenziali di una nazione moderna.

C’è poi il costo economico. La diffusione delle rinnovabili è stata sostenuta da ingenti incentivi pubblici, il cui peso si è riflesso, in forme diverse, sui conti dello Stato, sulle bollette e sul sistema produttivo. Famiglie e imprese si trovano così a sostenere una trasformazione che, pur avendo ampliato la capacità di generazione rinnovabile, non ha ancora eliminato la dipendenza energetica dall’estero.


Il problema più importante, tuttavia, è geopolitico. Non riguarda soltanto quanta energia produciamo, ma soprattutto da chi dipendiamo per produrla.

Abbandonare petrolio e gas significa, almeno in parte, smettere di acquistare combustibili e iniziare a dipendere dalla disponibilità di pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, batterie, magneti permanenti e materie prime critiche. La dipendenza non scompare: cambia forma.

Il mercato degli idrocarburi, nonostante le tensioni internazionali, coinvolge numerosi produttori distribuiti in diverse aree del mondo. La filiera delle tecnologie verdi presenta invece forti concentrazioni produttive e industriali. La Cina occupa una posizione dominante in diversi segmenti strategici, dalla lavorazione delle terre rare alla produzione di componenti essenziali per le tecnologie energetiche.

È qui che la promessa di indipendenza rischia di trasformarsi nel suo contrario. L’Europa può ridurre la propria esposizione ai fornitori tradizionali di gas e petrolio e, nello stesso tempo, aumentare la dipendenza da Pechino per i materiali e i prodotti necessari alla transizione industriale.

Che cosa accadrebbe se la Cina limitasse le esportazioni di componenti e materie prime strategiche? Le conseguenze potrebbero ripercuotersi sull’intera filiera europea, rallentando la produzione, aumentando i costi e mettendo a rischio gli obiettivi energetici e industriali del continente.


Una transizione che sostituisce una dipendenza con un’altra non può essere considerata una piena conquista di sovranità. Per tutelare l’interesse nazionale e la sicurezza strategica, la politica energetica deve abbandonare gli approcci ideologici e misurarsi con la realtà economica e geopolitica.

Una strategia credibile deve poggiare su tre pilastri.

Il primo è la valorizzazione delle risorse nazionali. Le biomasse e i residui delle filiere agricole e forestali possono contribuire alla produzione di energia programmabile, valorizzando risorse disponibili sul territorio e riducendo, quando le filiere sono sostenibili, la necessità di ricorrere a forniture estere. Una risorsa interna, se utilizzata in modo razionale, può diventare un vantaggio economico e strategico.

Il secondo è il ritorno all’energia nucleare. L’atomo rappresenta una fonte ad alta densità energetica, capace di produrre elettricità a basse emissioni di carbonio in modo continuo, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Le tecnologie nucleari possono quindi contribuire a garantire stabilità alla rete e a sostenere il fabbisogno dell’industria, riducendo il ricorso ai combustibili fossili nella produzione elettrica. Per un’Europa che vuole difendere la propria competitività, escludere a priori questa opzione significa rinunciare a uno strumento strategico.


Il terzo è la diversificazione delle forniture estere. Finché la transizione non avrà raggiunto una maggiore maturità e la produzione interna non sarà sufficiente, la sicurezza energetica richiederà rapporti con una pluralità di partner. Nord Africa, America e Asia centrale possono contribuire a distribuire le importazioni di gas e petrolio, evitando che un singolo fornitore acquisisca un potere eccessivo sulle scelte economiche e politiche dello Stato.

La sovranità di una nazione si misura anche dalla sua capacità di decidere autonomamente il proprio futuro industriale. Non basta installare pannelli solari e turbine eoliche per dichiararsi indipendenti: occorre sapere dove vengono prodotti, da quali materie prime dipendono e quali Paesi controllano le filiere necessarie a mantenerli in funzione.

Continuare a perseguire una transizione energetica senza affrontarne le implicazioni estrattive, industriali e geopolitiche rischia di trasformare l’Europa in un continente apparentemente più verde, ma sempre meno capace di produrre autonomamente e difendere i propri interessi.

Un’Europa più pulita non può permettersi di diventare un’Europa più debole. La transizione energetica ha senso soltanto se rafforza anche la libertà economica, la sicurezza e la sovranità del continente.

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