L’Europa si svende alla Cina in nome del Green Deal.

Di Maria Antonietta Ciocca
L’Unione Europea ha tracciato una rotta ambiziosa verso la decarbonizzazione, presentando la transizione energetica come la strada per liberarsi dai combustibili fossili e dai ricatti dei Paesi produttori. Ma dietro questa promessa si nasconde un paradosso: nel tentativo di spezzare le vecchie dipendenze energetiche, l’Occidente rischia di crearne una nuova, ancora più profonda e pericolosa. Il nuovo centro di questa dipendenza è l’Asia, e in particolare la Cina.
La narrazione dominante presenta l’energia solare ed eolica come fonti intrinsecamente libere, perché sfruttano risorse naturali inesauribili. Ma il fatto che il sole e il vento siano disponibili in natura non significa che produrre energia attraverso di essi sia semplice, economico o sufficiente a garantire l’autonomia di un Paese.
Il primo problema è l’intermittenza. Il sole non splende sempre e il vento non soffia in modo costante. Senza sistemi di accumulo adeguati, reti elettriche efficienti e fonti programmabili di supporto, queste tecnologie non possono garantire da sole la continuità energetica richiesta dall’industria pesante e dai servizi essenziali di una nazione moderna.
C’è poi il costo economico. La diffusione delle rinnovabili è stata sostenuta da ingenti incentivi pubblici, il cui peso si è riflesso, in forme diverse, sui conti dello Stato, sulle bollette e sul sistema produttivo. Famiglie e imprese si trovano così a sostenere una trasformazione che, pur avendo ampliato la capacità di generazione rinnovabile, non ha ancora eliminato la dipendenza energetica dall’estero.
Il problema più importante, tuttavia, è geopolitico. Non riguarda soltanto quanta energia produciamo, ma soprattutto da chi dipendiamo per produrla.
Abbandonare petrolio e gas significa, almeno in parte, smettere di acquistare combustibili e iniziare a dipendere dalla disponibilità di pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, batterie, magneti permanenti e materie prime critiche. La dipendenza non scompare: cambia forma.
Il mercato degli idrocarburi, nonostante le tensioni internazionali, coinvolge numerosi produttori distribuiti in diverse aree del mondo. La filiera delle tecnologie verdi presenta invece forti concentrazioni produttive e industriali. La Cina occupa una posizione dominante in diversi segmenti strategici, dalla lavorazione delle terre rare alla produzione di componenti essenziali per le tecnologie energetiche.
È qui che la promessa di indipendenza rischia di trasformarsi nel suo contrario. L’Europa può ridurre la propria esposizione ai fornitori tradizionali di gas e petrolio e, nello stesso tempo, aumentare la dipendenza da Pechino per i materiali e i prodotti necessari alla transizione industriale.
Che cosa accadrebbe se la Cina limitasse le esportazioni di componenti e materie prime strategiche? Le conseguenze potrebbero ripercuotersi sull’intera filiera europea, rallentando la produzione, aumentando i costi e mettendo a rischio gli obiettivi energetici e industriali del continente.
Una transizione che sostituisce una dipendenza con un’altra non può essere considerata una piena conquista di sovranità. Per tutelare l’interesse nazionale e la sicurezza strategica, la politica energetica deve abbandonare gli approcci ideologici e misurarsi con la realtà economica e geopolitica.
Una strategia credibile deve poggiare su tre pilastri.
Il primo è la valorizzazione delle risorse nazionali. Le biomasse e i residui delle filiere agricole e forestali possono contribuire alla produzione di energia programmabile, valorizzando risorse disponibili sul territorio e riducendo, quando le filiere sono sostenibili, la necessità di ricorrere a forniture estere. Una risorsa interna, se utilizzata in modo razionale, può diventare un vantaggio economico e strategico.
Il secondo è il ritorno all’energia nucleare. L’atomo rappresenta una fonte ad alta densità energetica, capace di produrre elettricità a basse emissioni di carbonio in modo continuo, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Le tecnologie nucleari possono quindi contribuire a garantire stabilità alla rete e a sostenere il fabbisogno dell’industria, riducendo il ricorso ai combustibili fossili nella produzione elettrica. Per un’Europa che vuole difendere la propria competitività, escludere a priori questa opzione significa rinunciare a uno strumento strategico.
Il terzo è la diversificazione delle forniture estere. Finché la transizione non avrà raggiunto una maggiore maturità e la produzione interna non sarà sufficiente, la sicurezza energetica richiederà rapporti con una pluralità di partner. Nord Africa, America e Asia centrale possono contribuire a distribuire le importazioni di gas e petrolio, evitando che un singolo fornitore acquisisca un potere eccessivo sulle scelte economiche e politiche dello Stato.
La sovranità di una nazione si misura anche dalla sua capacità di decidere autonomamente il proprio futuro industriale. Non basta installare pannelli solari e turbine eoliche per dichiararsi indipendenti: occorre sapere dove vengono prodotti, da quali materie prime dipendono e quali Paesi controllano le filiere necessarie a mantenerli in funzione.
Continuare a perseguire una transizione energetica senza affrontarne le implicazioni estrattive, industriali e geopolitiche rischia di trasformare l’Europa in un continente apparentemente più verde, ma sempre meno capace di produrre autonomamente e difendere i propri interessi.
Un’Europa più pulita non può permettersi di diventare un’Europa più debole. La transizione energetica ha senso soltanto se rafforza anche la libertà economica, la sicurezza e la sovranità del continente.




Commenti