L'avanzata della destra europea parte dal Mediterraneo

Di Mauro Giubileo
Abbiamo una data: 29 novembre 2026.
I cittadini spagnoli, dopo otto anni di governo Sánchez, potrebbero finalmente consegnare il paese a una maggioranza di centrodestra Pp-Vox.
Abbiamo una seconda data: 18 aprile (con ballottaggio il 2 maggio). I cittadini francesi, dopo cinque anni di socialismo di Hollande e altri dieci di tecnosocialismo di Macron, potrebbero eleggere alla presidenza della Repubblica la sovranista Marine Le Pen, e porre le condizioni per un governo guidato dal suo “delfino” Jordan Bardella.
C’è poi un terzo appuntamento fondamentale, di cui però non conosciamo la data. L’anno prossimo terminerà la XIX legislatura e anche gli italiani torneranno alle urne, in primavera oppure in autunno. Se la coalizione guidata da Giorgia Meloni riuscirà a ottenere di nuovo la maggioranza, si tratterà di un evento storico e di una eccellente prova di stabilità per l’Italia.
Tutti questi diversi scenari, se si verificassero, porterebbero alla nascita di un nuovo asse conservatore nell’Europa latina e meridionale, capace di offrire una visione unitaria e molto chiara rispetto al problema migratorio, che si concentra presso le nostre frontiere. Le iniziative portate avanti da Giorgia Meloni, come il protocollo Italia-Albania, sarebbero finalmente condivise anche da un pezzo d’Europa che finora si è dimostrato maggiormente interessato a condurre guerre ideologiche contro il governo italiano anziché a cooperare per le sfide comuni – come invece hanno saputo fare diversi governi, anche di centrosinistra, del Nord Europa.
Similmente, ci sarebbe un forte asse di pressione rispetto ai temi delle politiche ambientali e climatiche: Francia e Spagna, pur non essendo paesi manifatturieri come Italia e Germania, sono comunque in forte difficoltà a causa delle imposizioni ideologiche di Bruxelles.
Infine, anche sul bilancio europeo si riuscirebbe ad avere un migliore coordinamento sulle priorità comuni. Chi scrive non è sicuramente innamorato delle tendenze protezioniste e dirigiste di certe destre europee, specialmente del Front national. Ma sicuramente, anche richieste di maggiore flessibilità o di riguardo verso alcune istanze sociali potrebbero essere maggiormente credibili e idonee all’accoglimento, se sposate con una linea di politica fiscale seria e rigorosa come quella seguita in questi anni dal governo Meloni in Italia.
Non parliamo poi della politica estera, dove – piccoli distinguo a parte (specialmente a causa delle vecchie relazioni tra Marine Le Pen e il partito di Putin, Russia unita) – la volontà di ricostruire un asse occidentale solido con Washington e Gerusalemme sembra chiara e netta. Mentre Sánchez e Macron hanno passato gli ultimi anni a genuflettersi ai piedi dei pasdaran iraniani e dei loro proxies, facendo vergognare l’intera Europa della loro debolezza, Feijóo, Abascal, Le Pen, Bardella, Meloni, Salvini e Tajani hanno sempre messo in guardia rispetto all’avanzata dell’islam radicale.
Vi sono sicuramente piccole e grandi differenze tra questi paesi, le loro formule politiche e i loro leader, ma non c’è dubbio che un rafforzamento dell’asse Sud dell’Unione europea (come quello dell’asse Est con i paesi del blocco di Visegrád) passa anche per una maggiore sintonia tra le agende di chi li governa. Se abbiamo un obiettivo comune, è più facile ottenere risultati.




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