Karol, l'uomo prima del Papa.

Di Anastasia Vommaro
Oggi, 22 ottobre, si ricorda San Giovanni Paolo II, colui che rappresentò una delle parentesi più belle della millenaria storia pontificia.
Karol Wojtyła prima di essere Papa, fu uomo e la sua fu una vita sofferta: perse la madre quando aveva appena nove anni e, poco dopo, il fratello ventiseienne; tanti dei suoi amici appartenenti alla comunità ebraica di Wadowice furono ghettizzati e successivamente deportati e sterminati nei campi di Auschwitz-Birkenau; patì la fame e tutti i dolori che la crudeltà della guerra infligge alle persone; il padre morì nel 1941 e da quel momento, a soli ventuno anni, rimase solo al mondo.
Sebbene la durezza della vita si fosse fatta sentire presto, Karol decise comunque di continuare ad affidarsi a Dio e a seguire le orme di Cristo.
Visse nella Polonia del regime comunista che causò persecuzioni violente nei confronti dei cristiani attraverso omicidi, arresti e carcerazioni di massa (soprattutto di presbiteri), la confisca della quasi totalità delle proprietà ecclesiastiche, la chiusura delle scuole cattoliche, lo scioglimento delle associazioni giovanili e il divieto di insegnare il catechismo nelle scuole pubbliche. In più la famigerata polizia segreta polacca (SB) creò una sezione speciale dedicata esclusivamente al controllo del clero: i sacerdoti venivano costantemente intercettati, ricattati o minacciati. Lo stesso Karol Wojtyła fu sorvegliato giorno e notte per decenni, non a caso assunse sempre una posizione dura nei confronti del comunismo, durante il pontificato affermò: "È facile essere comunista in un paese libero. Difficile essere liberi in un paese comunista".
Il 16 ottobre 1978 divenne Giovanni Paolo II, il primo papa non italiano dopo 456 anni. Celebre la sua frase pronunciata poco dopo l'Habemus Papam, "se sbaglio mi corrigerete" che conquistò le persone.
Il suo amore per i giovani, per gli ultimi, per il prossimo era sconfinato.
Amore frutto di un amore più grande: quello di Dio. Quel Dio che pregò inginocchiato o prostrato completamente a terra per ore, pratica che continuò anche quando il dolore alle ginocchia divenne quasi insopportabile poiché riteneva necessario genuflettersi dinanzi al Santissimo Sacramento.
Ma oltre alla sua bontà, che era evidente dietro ogni sorriso o abbraccio dato, non bisogna dimenticare quanto fosse di polso.
Memorabile il suo anatema contro la mafia durante la visita pastorale in Sicilia dove, al termine della Messa celebrata nella Valle dei Templi ad Agrigento, con voce ferma e stringendo con forza la ferula papale davanti a circa 60.000 persone, ricordò il quinto Comandamento: "Dio ha detto una volta 'Non uccidere'. Non può uomo, qualsiasi... qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio". E senza timore definì la mafia come "civiltà della morte". Concludendo con un forte grido rivolto direttamente ai responsabili: "Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!".
Non meno importante fu il suo intervento che permise di evitare un' imminente guerra tra Argentina e Cile nel dicembre del 1978.
Proprio per il suo essere risoluto rimane tuttora una figura scomoda per la gran parte della sinistra che spesso trova il tempo per infangarne il nome.
Inamovibile fu la sua posizione sull'importanza di salvaguardare l'Europa e il suo patrimonio culturale: "Io, Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale, da Santiago, grido con amore a te, antica Europa: ritrova te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Torna a vivere dei valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza negli altri continenti".
E con altrettanta trasparenza affermò riguardo all'immigrazione: "È responsabilità delle autorità pubbliche esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L'accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione
degli abusi".
Papa Wojtyla fu davvero un uomo instancabile: visitò quasi tutto il mondo, amò lo sport, baciò i lebbrosi, perdonò il suo attentatore, si recò nelle zone degradate delle città e nei quartieri difficili dove la fame e la sofferenza crescevano come lievito, accettò la malattia (il morbo di Parkinson) e cercò di essere il "buon Pastore" fino all'ultimo, nonostante i suoi impedimenti fisici (la sua ultima apparizione avvenne tre giorni prima della morte, quando cercò di parlare ai fedeli dalla finestra di Piazza San Pietro ma senza riuscire a emettere suoni, dando così la commovente "benedizione muta").
Eh sì, ha proprio ragione Amedeo Minghi quando canta: "Un Uomo venuto da molto lontano.
Negli occhi il ricordo dei campi di grano.
Il vento di Auschwitz portava nel cuore,
e intanto scriveva poesie d'amore".
Dalla sua vita non si può trarre che un grande insegnamento: quello "di non avere paura" di fronte alle tribolazioni della vita, di fronte al giudizio degli altri, ma soprattutto di fronte all'amore di Dio




Commenti