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Israele non torna indietro: la guerra di Netanyahu dopo il 7 ottobre.

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
8 ott
Tempo di lettura: 4 min

Benjamin Netanyahu durante una riunione del governo israeliano.
Benjamin Netanyahu durante una riunione del governo israeliano.

Di Daniele Reggio

Il 7 ottobre 2023 avrebbe potuto cambiare per sempre il modo in cui Israele guardava alla propria sicurezza. Lo ha fatto.Quel giorno Hamas dimostrò che la strategia della deterrenza non era più sufficiente. La barriera, l'intelligence, i sistemi antimissile e la superiorità tecnologica non erano riusciti a impedire l'invasione del territorio israeliano e il massacro di oltre 1.200 persone.

Da quel momento Israele ha preso una decisione destinata a cambiare l'intero Medio Oriente: non tornare allo status quo precedente.

La guerra contro Hamas è diventata così qualcosa di più di una semplice operazione militare. È diventata, nella percezione israeliana, una guerra per impedire che il 7 ottobre possa ripetersi.

È in questo contesto che va letta la linea politica di Benjamin Netanyahu.

Il primo ministro israeliano è diventato contemporaneamente uno degli uomini più difesi e più contestati del pianeta. Per i suoi sostenitori è il leader che ha avuto la determinazione necessaria per affrontare Hamas e l'intero sistema regionale che sostiene il terrorismo contro Israele. Per i suoi avversari è invece il principale responsabile delle conseguenze politiche e militari della guerra.

La realtà politica è più complessa.


Netanyahu ha scelto di continuare la guerra anche quando il costo internazionale per Israele è diventato enorme. Ha resistito alle pressioni provenienti da alleati, organizzazioni internazionali e governi stranieri. Ha sostenuto che fermarsi prima della distruzione delle capacità militari di Hamas avrebbe significato lasciare intatto il problema che aveva prodotto il 7 ottobre.

È una posizione che può essere discussa, criticata e sottoposta al giudizio della storia. Ma non può essere descritta semplicemente come l'ostinazione di un uomo che non vuole fermarsi.

Per Israele, la questione è esistenziale.

Hamas non è stato l'unico fronte.

Dietro Gaza c'è l'Iran. E attorno a Israele si è sviluppata una rete di organizzazioni armate sostenute dalla Repubblica islamica: Hezbollah in Libano, la Jihad islamica palestinese e le milizie filo-iraniane presenti in altri Paesi della regione.


La guerra iniziata il 7 ottobre ha quindi progressivamente assunto una dimensione regionale.

Israele ha colpito le strutture di Hamas, ha affrontato Hezbollah e ha cercato di ridimensionare la capacità dell'Iran e dei suoi alleati di minacciare il territorio israeliano. Quello che inizialmente sembrava un conflitto circoscritto alla Striscia di Gaza è diventato uno scontro più ampio per gli equilibri del Medio Oriente.

È proprio qui che emerge una delle grandi contraddizioni della narrazione occidentale.

Mentre Israele combatteva contro una rete di organizzazioni armate che dichiarano apertamente la propria ostilità nei confronti dello Stato ebraico, una parte dell'opinione pubblica occidentale ha progressivamente spostato il centro della discussione: non più il terrorismo, non più gli ostaggi, non più la minaccia rappresentata da Hamas, ma esclusivamente la responsabilità israeliana.

La sofferenza dei civili di Gaza è diventata il principale metro attraverso cui giudicare l'intera guerra.

Quella sofferenza è reale e non può essere ignorata. Ma una tragedia umanitaria non cancella ciò che ha dato origine alla guerra, né può trasformare Hamas in un soggetto politicamente innocente.

Anzi, proprio la reazione occidentale ha mostrato quanto sia diventata importante la seconda dimensione del conflitto: quella della propaganda.

Hamas ha perso uomini, infrastrutture e capacità militari. Ma la sua narrazione è riuscita a penetrare profondamente nelle società occidentali. Nelle università, nelle piazze e sui social network sono riemersi slogan e categorie che sembravano appartenere a un passato che l'Europa aveva promesso di non rivivere.


L'antisionismo è diventato, in alcuni ambienti, il linguaggio attraverso cui l'antisemitismo può tornare rispettabile.

Israele è stato descritto come uno Stato intrinsecamente illegittimo. Gli attacchi terroristici sono stati reinterpretati come atti di «resistenza». Il 7 ottobre è stato ricondotto quasi esclusivamente al contesto storico precedente, come se la storia potesse trasformare un massacro di civili in qualcosa di moralmente diverso.

È una deriva pericolosa.

Ma la battaglia non è soltanto fuori da Israele. È anche dentro Israele.

Netanyahu deve fare i conti con una società profondamente segnata dal trauma del 7 ottobre, con le famiglie degli ostaggi, con le proteste interne e con un'opposizione che ha messo in discussione la sua leadership. Il suo governo è stato sottoposto a una pressione politica senza precedenti e il dibattito sulla responsabilità politica per il fallimento della sicurezza del 7 ottobre è destinato a proseguire.

Israele non è una società monolitica. È una democrazia attraversata da conflitti, proteste e divisioni profonde. Ed è proprio questa complessità che spesso scompare nella rappresentazione che ne viene fatta all'estero.


La guerra, inoltre, ha riportato al centro un interrogativo che riguarda l'intero Occidente: quanto è disposto a sopportare un Paese democratico quando combatte contro un'organizzazione terroristica che opera deliberatamente dentro una popolazione civile?

Pretendere che Israele elimini la minaccia di Hamas senza combattere nelle aree dove Hamas si è radicata significa ignorare la natura stessa del conflitto.

Pretendere, allo stesso tempo, che ogni conseguenza umanitaria sia irrilevante sarebbe altrettanto sbagliato.

La posizione più difficile è anche quella più seria: riconoscere il diritto di Israele a difendersi senza trasformare quel diritto in un assegno in bianco; difendere i civili palestinesi senza trasformare la loro sofferenza in una giustificazione per Hamas; condannare il terrorismo senza smettere di interrogarsi sulle conseguenze della guerra. Tre anni dopo il 7 ottobre, una cosa però è evidente.

Israele ha deciso di non tornare indietro.

Netanyahu ha scelto di combattere una guerra lunga, costosa e politicamente devastante pur di impedire che Hamas possa ricostruire la stessa minaccia. Se quella scelta avrà prodotto una sicurezza duratura o un nuovo ciclo di conflitti lo dirà la storia.

Ma il 7 ottobre ha già lasciato una certezza.

Israele non combatte soltanto per vendicare una strage. Combatte perché ritiene che, dopo quel giorno, tornare semplicemente a ciò che esisteva prima non sia più possibile.

E mentre sul campo continua la guerra, nelle cancellerie, nelle università e nelle piazze occidentali continua un'altra battaglia: quella per decidere quale versione del 7 ottobre entrerà nella memoria collettiva.

Anche quella, alla fine, sarà una guerra da vincere.

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