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Il volo della paura: quando il terrore ha provato a spezzare gli Accordi di Abramo

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
4 ott
Tempo di lettura: 3 min
Benjamin Netanyahu incontra il pilota Smit Machchhar, comandante del volo Flydubai FZ1073, dopo l’atterraggio d’emergenza in Arabia Saudita.
Benjamin Netanyahu e il passeggero Yaniv Hayundel volo Flydubai FZ1073, all’aereoporto Ben Gurion

Di Davide Filippi

Per qualche interminabile secondo, a diecimila metri d’altezza, il volo Flydubai FZ1073 ha smesso di essere un tranquillo collegamento di linea, come quelli che attraversano ogni giorno i cieli del mondo. Si è trasformato in un aereo fuori controllo, in caduta libera nel cielo saudita. I fatti del 30 settembre, pur nelle dinamiche ancora al vaglio degli inquirenti, lasciano poco spazio alla fantasia. Mentre il velivolo viaggiava da Dubai verso l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, il copilota – un cittadino dell’Oman – ha aggredito e accoltellato il comandante indiano Smit Machchhar. In meno di un minuto, l’aereo ha perso oltre 16 mila piedi di quota, passando da 33.000 a 17.000 piedi. Una picchiata spaventosa, interrotta solo dall’intervento dei passeggeri. A bordo c’erano 174 persone, tra cui 30 bambini che, in quel momento di terrore puro, non sapevano se avrebbero mai riabbracciato le proprie famiglie. Se la strage non c’è stata, lo si deve a una sequenza di eventi straordinari iniziata proprio dal comandante: nonostante le gravi ferite, Machchhar è riuscito a sbloccare la porta della cabina di pilotaggio. C’è qualcosa di quasi cinematografico in questa storia, un’adrenalina che fa pensare a Fauda, la celebre serie israeliana disponibile su Netflix sulle operazioni antiterrorismo. Solo che stavolta non c’era una sceneggiatura, non c’erano controfigure e il sangue sulle camicie era vero, purtroppo. Nessuno di quei passeggeri aveva pianificato di diventare un eroe prima di salire a bordo. Nessuno era un agente segreto sotto copertura. Eppure, tre israeliani – Yaniv Hayoun, Zvika Manes e Asaf Rajuan – sono irrotti nel cockpit, riuscendo a sopraffare il copilota e, grazie a mezzi di fortuna, come un paio di cuffie usate per immobilizzarlo, a impedirgli di continuare a controllare la situazione. Hayoun è persino intervenuto sui comandi mentre il jet perdeva quota e, come ha raccontato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, con la maglia ancora sporca di sangue appena sceso dall’aereo, ci è riuscito ricordando i dettagli di un documentario televisivo sugli incidenti aerei visto tempo prima. Nel frattempo, un quarto israeliano, il medico Shota Musayev, prestava soccorso al comandante ferito, mentre l’equipaggio e alcuni piloti fuori servizio collaboravano per ristabilire la stabilità del volo e dirigerlo verso un atterraggio d’emergenza a Tabuk, in Arabia Saudita. Il presidente Isaac Herzog ha già annunciato che raccomanderà questi quattro uomini per il Premio presidenziale al valore civile, menzionando anche il ruolo cruciale di Tali Manes, moglie di Zvika, tra le prime a dare l’allarme in cabina. Il copilota omanita è sotto custodia a Tabuk e le autorità saudite, emiratine e israeliane stanno cooperando strettamente. Secondo quanto riferito dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal ministro della Difesa Israel Katz, l’uomo avrebbe mostrato segnali riconducibili a una profonda radicalizzazione ideologica islamista. Netanyahu, intervistato da Fox News, ha specificato che è prematuro ipotizzare una regia diretta dell’Iran: una prudenza investigativa doverosa, poiché un legame formale non è al momento dimostrato. Tuttavia, è impossibile ignorare il contesto regionale. Solo pochi giorni fa, Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema iraniana, aveva lanciato un avvertimento sul traffico aereo mediorientale, minacciando conseguenze per gli altri Paesi qualora lo spazio aereo di Teheran fosse stato penalizzato. Questo non è una prova, certo, ma restituisce il clima di minaccia asimmetrica nel quale si muovono i cieli della regione. Il vero significato di quanto accaduto sul volo FZ1073 risiede però in una rotta aerea che fino al 2020 sarebbe sembrata fantascienza. Quel volo diretto tra Dubai e Tel Aviv è il figlio degli Accordi di Abramo, la dimostrazione plastica di come una nuova normalità fatta di commercio, turismo e collegamenti tra lo Stato ebraico e il mondo arabo sia diventata parte della quotidianità. Il gesto del copilota, che ha portato il Boeing in una drammatica picchiata, non ha messo in pericolo soltanto 174 passeggeri innocenti. In una lettura più ampia, ha finito per colpire anche il simbolo di quella nuova connessione regionale costruita negli ultimi anni: un Medio Oriente fatto di rotte commerciali, scambi e rapporti che attraversano confini un tempo impensabili. Le due realtà oggi convivono in un paradosso stridente: da un lato chi costruisce, con difficoltà, ponti e rotte commerciali; dall’altro chi prova a farli saltare in aria. Questa volta, però, il volo è arrivato a terra. E ha dimostrato che, quando la porta della cabina si è aperta, la civiltà ha trovato la forza di difendersi da sola, senza bisogno di agenti speciali.

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