Il regime iraniano ha ucciso Mahsa Amini, non la sua rivolta

Di Davide Filippi
Il 16 settembre 2022 moriva Mahsa Amini, 22 anni, dopo essere stata arrestata a Teheran dalla polizia morale per il modo in cui indossava il velo. La sua morte fece esplodere una delle più grandi ondate di protesta contro la Repubblica islamica dalla sua nascita, nel 1979. «Donna, Vita, Libertà» divenne lo slogan di una generazione che non chiedeva soltanto la fine del velo obbligatorio. Chiedeva libertà.
Oggi la Repubblica islamica è ancora al potere. Le proteste del 2022 sono state brutalmente represse, migliaia di persone sono state arrestate e la repressione non è terminata. Tuttavia, dire che non è cambiato nulla sarebbe sbagliato. Molte donne iraniane continuano a uscire senza velo o con il velo appoggiato sulle spalle, nonostante i controlli e le sanzioni delle autorità.
La disobbedienza è diventata parte della vita quotidiana. Il regime può reprimere nel sangue una manifestazione, ma non sembra essere riuscito a riportare la società alla situazione precedente al 2022.
Per capire cosa significhi vivere sotto il controllo della polizia morale, ne abbiamo parlato con Leila, nome di fantasia.
Non è una precauzione formale: gli iraniani che vivono in Europa possono essere esposti a pressioni e minacce riconducibili al regime, con possibili conseguenze anche per i familiari rimasti in Iran.
«Mi hanno fermato in metropolitana perché avevo il velo sulle spalle», racconta Leila.
La metropolitana di Teheran ha carrozze separate per uomini e donne. Leila fu portata fuori dalla stazione e caricata su un furgone insieme ad altre tre o quattro ragazze.
«Non ho resistito perché se resistevo poteva andare peggio».
Era la prima volta che veniva fermata. Le ragazze furono portate in un edificio nelle vicinanze e controllate una per una. Leila racconta di aver dovuto firmare un documento nel quale venivano indicate conseguenze più pesanti in caso di una nuova segnalazione. Poi arrivò l'incontro con un ayatollah.
«Per la prima volta ti segnalano e ti leggono il Corano», racconta.
In una stanza, secondo la sua esperienza, un religioso le lesse il Corano «per farti perdonare da Dio».
La permanenza poteva durare «un giorno, massimo due», a seconda delle segnalazioni precedenti.
Infine dovette chiamare i genitori. Per poter essere rilasciata, la famiglia dovette portarle un paio di pantaloni più larghi e un vestito più lungo.
Leila non era a una manifestazione. Stava semplicemente cercando di vivere la sua vita. Ed è proprio questo a rendere la sua storia emblematica.
La Repubblica islamica non esercita il proprio controllo soltanto durante le grandi proteste: entra nelle abitudini, nell'abbigliamento, nei luoghi pubblici e nelle scelte personali. Un agente della polizia può fermare due persone sedute al tavolo di un bar e chiedere i documenti. Se una donna si trova con un uomo che non è un parente stretto o il marito, può scattare l'arresto per la coppia.
L'era dei Pahlavi, in cui le donne potevano girare liberamente, è ormai un ricordo che, tuttavia, riaffiora nel dibattito pubblico. Nelle ultime piazze, sia in Iran sia nella diaspora, si potevano sentire di nuovo gli slogan monarchici: «Javid Shah» («Viva lo Scià»).Con la Rivoluzione Bianca degli anni Sessanta, l'Iran conobbe importanti riforme anche sul piano dei diritti delle donne. Nel 1963 fu concesso alle donne il diritto di voto, prima che in Svizzera, dove il suffragio femminile a livello federale arrivò nel 1971. Nel 1968, Farrokhroo Parsa divenne la prima donna ministro nella storia dell'Iran, assumendo l'incarico di ministra dell'Istruzione.
Oggi, invece, in Iran le donne non possono richiedere il passaporto autonomamente: per le donne sposate è necessaria l'autorizzazione del marito.
Quando Mahsa Amini morì, milioni di iraniani decisero di non accettare più tutto questo in silenzio. Il regime è ancora in piedi, ma la spinta al cambiamento non si è arrestata.
Anche senza manifestazioni di piazza, la società iraniana ha subito una trasformazione profonda, visibile ogni giorno nelle strade. Il velo portato sulle spalle, i capelli lasciati scoperti e la scelta di sfidare le imposizioni del regime sono diventati forme quotidiane di disobbedienza.
La repressione può ancora colpire, arrestare e intimidire. Ma non può cancellare ciò che è cambiato nella coscienza di una parte della società iraniana. Questa resistenza silenziosa è la vera eredità di Mahsa Amini.




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