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Hamas e la guerra degli scudi umani: quando i civili diventano un’arma

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
8 ott
Tempo di lettura: 4 min

L’accesso a un tunnel scoperto dalle forze israeliane all’interno di un’abitazione nell’area di Rafah.
L’accesso a un tunnel scoperto dalle forze israeliane all’interno di un’abitazione nell’area di Rafah.

Davide Filippi

C’è una domanda che l’Occidente dovrebbe porsi ogni volta che guarda alle immagini provenienti da Gaza: chi ha deciso di trasformare la popolazione civile in parte integrante di una guerra?

La risposta porta a Hamas.

Il 7 ottobre 2023 non fu soltanto l’inizio di una nuova guerra tra Israele e Hamas. Fu l’inizio di una strategia nella quale la popolazione civile sarebbe diventata, ancora una volta, parte del campo di battaglia. L’organizzazione terroristica che controllava Gaza non combatteva soltanto contro l’esercito israeliano: combatteva dentro una delle aree più densamente popolate del mondo, inserendo le proprie infrastrutture militari nel tessuto civile e trasformando la presenza di donne, bambini e famiglie in un elemento della propria strategia.

È questo il paradosso più difficile da accettare.

Hamas ha sempre avuto bisogno della popolazione civile. Non soltanto come consenso, ma come protezione. Una rete di tunnel sotto le aree urbane, depositi di armi, centri di comando e postazioni militari collocati in prossimità di abitazioni e strutture civili rendono impossibile separare completamente il campo di battaglia dalla vita quotidiana.Quando una guerra viene combattuta in questo modo, ogni operazione militare produce un rischio enorme per i civili. Ma quel rischio non nasce nel momento in cui Israele risponde: viene costruito prima, da chi sceglie deliberatamente di combattere in mezzo alla popolazione.


Il 7 ottobre lo si è visto dall'altra parte della barriera.

Alle 6:29 del mattino Hamas ha lanciato migliaia di razzi contro Israele mentre miliziani armati penetravano nel territorio israeliano via terra, mare e aria. Nei kibbutz e al Nova Festival furono massacrate persone che non stavano combattendo una guerra. Famiglie intere vennero uccise nelle proprie abitazioni, giovani inseguiti mentre tentavano di fuggire, anziani e bambini rapiti e trascinati nella Striscia.

Più di 1.200 persone furono uccise e 251 furono prese in ostaggio.

Quel giorno Hamas dimostrò cosa accade quando una formazione terroristica decide di abbandonare ogni distinzione tra obiettivo militare e popolazione civile. Ma nei mesi successivi la stessa organizzazione avrebbe combattuto secondo una logica diversa: non portare la guerra lontano dai civili, ma portarla precisamente dentro di loro.

È qui che nasce uno dei grandi cortocircuiti della guerra di Gaza.

Ogni immagine di una casa distrutta, di un ospedale danneggiato o di un bambino ferito produce comprensibilmente dolore. Ma il dolore non può sostituire l'analisi. Bisogna chiedersi anche perché le operazioni militari israeliane avvengano in quei luoghi e quale sia la responsabilità di chi ha trasformato quelle aree in infrastrutture di guerra.

Il problema non è negare la sofferenza dei civili palestinesi. È esattamente il contrario.

Proprio perché le loro vite hanno valore, bisogna rifiutare l'idea che possano essere utilizzate come scudi, protezione o strumento di propaganda. Un bambino palestinese non è un'arma. Una famiglia palestinese non è un'installazione militare. Un ospedale non dovrebbe diventare un centro operativo.


Eppure Hamas ha costruito una parte della propria strategia proprio sulla sovrapposizione tra infrastruttura militare e popolazione civile.

Il risultato è una trappola quasi perfetta.

Se Israele non interviene, Hamas conserva le proprie capacità militari e può continuare a minacciare Israele. Se Israele interviene, ogni combattimento nelle aree urbane espone inevitabilmente la popolazione civile a un rischio enorme. E ogni vittima palestinese diventa immediatamente materiale per una guerra parallela: quella delle immagini, dei social network e dell'opinione pubblica internazionale.

Hamas può dunque perdere uomini, tunnel e arsenali e continuare comunque a ottenere risultati sul piano della propaganda.

È questa la seconda guerra combattuta a Gaza.

Una guerra nella quale il campo di battaglia non è soltanto la Striscia, ma anche le università occidentali, i social network, le piazze e i salotti televisivi. Una guerra nella quale il significato delle parole diventa decisivo.

Il terrorista diventa «combattente per la libertà». Il rapimento diventa «resistenza». L'attacco contro civili diventa «risposta». E la decisione di Hamas di combattere all'interno di un territorio densamente popolato scompare dalla narrazione, mentre ogni conseguenza della guerra viene attribuita esclusivamente a Israele.


È un ribaltamento della responsabilità che dovrebbe preoccupare chiunque creda ancora nella distinzione tra aggressore e aggredito.

Naturalmente, riconoscere la responsabilità di Hamas non significa sostenere che ogni azione israeliana sia automaticamente legittima. Israele, come ogni Stato, è tenuto al rispetto del diritto internazionale e alla tutela dei civili. Ma proprio per questo è necessario distinguere la responsabilità di chi combatte da quella di chi espone deliberatamente la propria popolazione al combattimento.

La tragedia di Gaza non può essere utilizzata per cancellare quella distinzione.

Perché altrimenti si finisce per premiare proprio la strategia di Hamas: trasformare ogni civile morto in una vittoria comunicativa e ogni infrastruttura civile colpita in un'arma contro Israele.

Il 7 ottobre ha aperto una ferita che non riguarda soltanto Israele. Ha posto una domanda all'intero Occidente: siamo ancora capaci di riconoscere il terrorismo anche quando si nasconde dietro la sofferenza di una popolazione?

La risposta dovrebbe essere sì.

Difendere i civili palestinesi significa anche impedire che Hamas continui a utilizzarli come scudi. Significa rifiutare sia l'indifferenza davanti alla loro sofferenza sia il cinismo di chi quella sofferenza la trasforma in una strategia militare.

Perché quando una popolazione viene utilizzata come scudo, la prima vittima non è soltanto chi muore sotto le bombe.

È la verità.

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