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El Alamein, come fu massacrata la nostra migliore gioventù.

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
3 ore fa
Tempo di lettura: 2 min
Soldati italiani durante la battaglia di El Alamein.
Soldati italiani durante la battaglia di El Alamein.

Di Giovanni Graziani

Il 23 ottobre 1942 iniziava la Seconda battaglia di El Alamein, uno degli scontri più sanguinosi e significativi della campagna del Nord Africa durante la Seconda guerra mondiale. Tra le sabbie egiziane, i reparti italiani e tedeschi guidati dal Feldmaresciallo Erwin Rommel affrontarono l'offensiva dell'8ª Armata britannica, guidata dal generale Montgomery.

In quella battaglia, combattuta in condizioni di grave inferiorità materiale e con crescenti difficoltà nei rifornimenti, i nostri soldati diedero prova di tenacia e spirito di sacrificio. Le divisioni di fanteria, spesso prive di mezzi corazzati adeguati e di un'efficiente mobilità, si trovarono a sostenere il peso di combattimenti durissimi contro un avversario dotato di una netta superiorità in uomini, carri armati, artiglieria, rifornimenti e cibo.


Furono la resistenza della Divisione corazzata Ariete, della Divisione motorizzata Trieste e della Divisione Folgore a dare la prova che il soldato italiano non era inferiore a nessuno per coraggio e spirito di sacrificio. I paracadutisti, schierati nel settore meridionale del fronte, combatterono con ostinazione nonostante la scarsità di armi pesanti, munizioni e rifornimenti. Gli attacchi britannici affrontati furono ripetuti e cruenti, ma si oppose una resistenza che rimase impressa nella memoria militare italiana. Non da meno furono i carristi, che si immolarono con i loro M15/42 contro gli Sherman di produzione americana ma in dotazione alle forze del Commonwealth. È rimasto impresso nella storia l’ultimo messaggio radio trasmesso della divisione Ariete: “Carri armati nemici fatta irruzione a Sud divisione Ariete. Con ciò Ariete accerchiata […] carri Ariete combattono!”. Questo ci testimonia che anche 50 uomini possono fare la storia.

L’operazione alleata sarebbe dovuta durare poche ore, mentre invece si protrasse per giorni, proprio grazie allo spirito di bandiera e di sacrificio dei soldati italiani. Le forze dell'Asse, oramai a secco di carburante, munizioni, nonché d’acqua ripiegarono definitivamente il 4 novembre 1942. La ritirata a piedi nel deserto fu caotica e stremante: innumerevoli furono i fanti che non riuscirono a stare al passo con gli altri per via delle ferite riportate in combattimento, della fame e della sete e dovettero fermarsi nel deserto nella speranza che gli inglesi li avrebbero salvati. In altri casi interi settori restarono fissi sul posto di combattimento fino all’esaurimento di tutte le munizioni, per poi arrendersi. Fu in quel momento che gli inglesi, concessero ai loro nemici gli onori delle armi.


La vicenda della Folgore, in particolare, divenne nel dopoguerra uno dei simboli del sacrificio dei militari italiani nel deserto africano, grazie all’impegno di alcuni reduci come Paolo Caccia Dominioni e Santo Pelliccia, del quale abbiamo approfondito le vicende nel mese scorso.

A oltre ottant'anni da quei giorni, la memoria di El Alamein resta legata alle sofferenze, alla tenacia e al sacrificio di migliaia di uomini. Che siano d’esempio per la nostra generazione, affinché possiamo riconoscere il valore del coraggio, dello spirito di sacrificio e della solidarietà, senza dimenticare il prezzo della guerra e l’importanza della pace.



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