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Armenia, 35 anni di libertà dopo un millennio di sopravvivenza

Immagine del redattore: Grande Italia
Grande Italia
21 set
Tempo di lettura: 5 min
Il referendum sull’indipendenza dell’Armenia del 21 settembre 1991. Quel giorno il popolo armeno votò per la fine dell’appartenenza all’Unione Sovietica e per il ritorno alla sovranità nazionale.
 Il referendum sull’indipendenza dell’Armenia del 21 settembre 1991. Quel giorno il popolo armeno votò per la fine dell’appartenenza all’Unione Sovietica e per il ritorno alla sovranità nazionale.

Di Davide Filippi

Il 21 settembre 1991 il popolo armeno votò per tornare nella Storia. Con il 99% dei voti a favore, il referendum sancì la scelta dell’indipendenza dall’Unione Sovietica e diede forma politica a una sovranità che, per decenni, era esistita soprattutto nella memoria. Ma la traiettoria di questa nazione non si esaurisce nelle macerie dell’impero sovietico. Tra la croce e il deserto, sotto il peso di imperi e persecuzioni, l’Armenia ha continuato a respirare. Anche quando le hanno tolto la terra. Ci sono popoli per i quali l’indipendenza è una data sul calendario. E ce ne sono altri per i quali è una liturgia della memoria. Per gli armeni sono entrambe le cose. A Erevan, la capitale, il 21 settembre si celebra la festa nazionale. Trentacinque anni fa, la popolazione scelse di tradurre in realtà il grande rimosso del Novecento: uscire dalla prigione sovietica e riabbracciare la sovranità. Ma fermarsi al 1991 significa non capire nulla. Significa guardare la schiuma dell’onda e ignorare l’abisso del mare.

L’Armenia appartiene a quella costellazione rarissima di nazioni la cui identità precede di secoli la mappa dei confini moderni. Nel grande tritacarne della storia, gli armeni hanno visto sfilare ogni genere di conquistatore: le legioni di Roma e i sovrani persiani, i basilei di Bisanzio e i califfi arabi, gli eserciti ottomani e l’espansione russa. Eppure, sotto le ceneri, qualcosa è rimasto intatto. La lingua. La Chiesa. La memoria. Nel 301, sotto il re Tiridate III, l’Armenia adottò il cristianesimo come religione di Stato, secondo la tradizione storica armena. Divenne così il primo Stato a riconoscere ufficialmente il cristianesimo come religione di Stato, decenni prima della cristianizzazione dell’Impero romano. Non è folklore per dépliant turistici. È uno dei pilastri dell’identità armena. Quando la sovranità politica crollava, la fede diventava continuità. Quando arrivavano i conquistatori, la Chiesa restava una delle principali istituzioni capaci di custodire lingua, cultura e memoria. Poi venne l’arma della parola. Nel 405 il monaco Mesrop Mashtots creò l’alfabeto armeno. Non fu soltanto un’invenzione linguistica: rese possibile lo sviluppo di una letteratura nazionale e contribuì a preservare l’identità culturale e religiosa armena nei secoli successivi. L’alfabeto come scudo identitario.

Non si può comprendere il dramma contemporaneo senza questa continuità. Per secoli, gli armeni hanno vissuto un paradosso esistenziale: essere una civiltà millenaria senza una mappa politica stabile, un popolo antico costretto più volte a sopravvivere senza uno Stato indipendente. Poi venne la catastrofe del 1915. Il genocidio armeno, il Metz Yeghern, il Grande Male. Tra il 1915 e il 1916, il governo ottomano deportò e perseguitò sistematicamente la popolazione armena cristiana. Centinaia di migliaia di persone furono uccise nei massacri o morirono durante le deportazioni per fame, sete, malattie, esposizione e violenze. Le marce della morte verso i deserti della Siria. Le stragi. La deportazione. La frammentazione della diaspora. La distruzione di comunità che avevano abitato per secoli l’Anatolia orientale. Eppure la storia armena si ostina a non finire. Un popolo può perdere le proprie città, può vedere i propri luoghi sacri devastati, può essere disperso ai quattro angoli della terra. Ma se custodisce la memoria, continua a esistere.


Nel 1991, mentre l’utopia comunista si dissolveva in diretta televisiva, l’Armenia risorse. Non nacque allora l’anima armena. Nacque di nuovo il suo braccio politico. La Repubblica non era una tabula rasa: camminava sulle spalle di una storia millenaria, protetta da una lingua rimasta viva, da una Chiesa antichissima e da una diaspora globale. Ma la libertà ha un prezzo di sangue. Immediato. La neonata repubblica ereditò anche una delle questioni più esplosive lasciate dall’epoca sovietica: il Nagorno-Karabakh, l’Artsakh per gli armeni. Nel 1921 il Caucasian Bureau del Partito comunista russo decise di mantenere il Nagorno-Karabakh all’interno della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian, prevedendo un’ampia autonomia regionale. La pax sovietica congelò la questione senza risolverla. Quando Mosca iniziò a perdere il controllo, i vecchi conflitti riemersero. Fu la guerra. Sei anni di combattimenti, fino al cessate il fuoco del 1994. Da allora il Nagorno-Karabakh rimase al centro di una disputa che avrebbe continuato a segnare la storia dell’Armenia e dell’Azerbaigian.

L’Armenia si trovava in una posizione geografica drammatica: un piccolo Stato caucasico senza sbocco sul mare, con la Turchia a ovest e l’Azerbaigian a est, mentre a nord e a sud rimanevano le sole vie di collegamento attraverso Georgia e Iran. Poi arrivarono il 2020 e il 2023. La guerra del 2020 modificò profondamente gli equilibri sul terreno. Tre anni più tardi, dopo mesi di blocco, l’Azerbaigian lanciò il 19 settembre 2023 un’offensiva contro il Nagorno-Karabakh. Nel giro di pochi giorni, oltre 100.000 armeni lasciarono la regione, cioè quasi l’intera popolazione armena rimasta nell’enclave. Fu un esodo di massa. Stepanakert si svuotò. Migliaia di famiglie attraversarono il corridoio verso l’Armenia portando con sé ciò che potevano. Le immagini delle automobili in fila verso il confine raccontarono ancora una volta una storia antica: quella di un popolo costretto a lasciare la propria casa per sopravvivere. Il 19 settembre 2023 divenne così una nuova ferita nella memoria armena. E due giorni dopo, il 21 settembre, il calendario imponeva di celebrare l’indipendenza. Il contrasto era quasi insostenibile: da una parte le bandiere tricolori di uno Stato sovrano; dall’altra, le automobili dei profughi che avevano appena abbandonato la terra nella quale avevano vissuto generazioni di armeni.


Anche il rapporto con Mosca si è spezzato. La Russia, per decenni principale garante della sicurezza armena, non ha impedito la riconquista azera del Nagorno-Karabakh. Nel 2024 il primo ministro Nikol Pashinyan annunciò il congelamento della partecipazione armena alla CSTO, l’alleanza militare guidata dalla Russia, accusandola di non aver adempiuto ai propri obblighi di sicurezza nei confronti dell’Armenia. Da allora Erevan ha accelerato la diversificazione della propria politica estera. L’Armenia sta cercando nuove sponde in Europa e negli Stati Uniti. Nel 2025 il governo armeno ha adottato la legge che avvia il processo di integrazione europea, mentre Bruxelles ha continuato a sostenere la sovranità, l’integrità territoriale e il percorso di riforme democratiche del Paese. È una scelta strategica che apre una nuova fase della storia armena.

L’Armenia non può permettersi di essere soltanto il residuo geografico di una civiltà un tempo più vasta. Deve riuscire a trasformare la propria memoria in una politica di sopravvivenza, la propria indipendenza in una sovranità effettiva, la propria posizione geografica in una capacità di dialogare con più potenze senza diventare il protettorato di nessuna. La domanda, allora, non riguarda soltanto l’Armenia. Riguarda anche l’Occidente. Perché l’Armenia è una democrazia in una regione segnata da regimi autoritari, una nazione europea per cultura e storia che si trova ai margini geografici dell’Europa, un Paese cristiano circondato da Stati con cui ha avuto rapporti spesso conflittuali. La questione non è stabilire se l’Armenia appartenga a qualcuno. È capire se l’Armenia potrà continuare ad appartenere a se stessa.

Indipendenza significa questo. Non una parata militare. Non soltanto una bandiera. Non una data sul calendario. Significa il diritto di scegliere il proprio destino, di custodire la propria identità e di decidere liberamente le proprie alleanze. Per gli armeni, dopo secoli di invasioni, deportazioni, genocidio, diaspora e guerre, l’indipendenza non è dunque semplicemente il ritorno di uno Stato. È la prova che una nazione può perdere quasi tutto senza perdere se stessa. E che, qualche volta, sopravvivere è già una forma di vittoria della Storia.

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