«Ammalata e furibonda»: a 20 anni dalla morte,il fax inedito di Oriana Fallaci dopo l'11 settembre

Di Luigi Serrao
12 settembre, New York, è il giorno dopo il più grande e grave attentato della storia degli Stati Uniti. Oriana Fallaci si trova a New York, la città nella quale vive e che considera la propria casa. La città è paralizzata, le strade sono vuote, i ponti e i tunnel chiusi, i trasporti fermi, le comunicazioni difficili. Da ventiquattro ore cerca di mettersi in contatto con l'Italia: i sistemi di comunicazione oltreoceano dipendevano infatti da un ripetitore posizionato proprio su una delle Torri crollate. «La città è paralizzata. Le strade sono completamente vuote come nel film “L’ultima spiaggia”. Tutto è immobile», scrive in un fax inviato a Francesco Brizzi. E poco dopo aggiunge: «Ai soliti assordanti rumori s’è sostituito un silenzio da cimitero. Un silenzio interrotto soltanto dagli aerei militari che sorvegliano l’isola di Manhattan».
Non è la descrizione di una cronista che osserva una tragedia da lontano, ma la testimonianza di una donna che si trova dentro quel dramma, nella città che per decenni ha rappresentato la sua casa e il centro della sua vita. Oriana Fallaci aveva costruito una carriera brillante e senza eguali, sfidando con coraggio e senza sconti i potenti della terra, documentando in prima linea dalla Guerra del Vietnam al massacro di Tlatelolco fino ai più sanguinosi conflitti del Novecento. Eppure, proprio lei che aveva guardato la morte in faccia in ogni angolo del pianeta, si trova davanti a un orrore che supera ogni limite: «Io credevo d’aver visto tutto, nella mia vita. E invece no. Questo scenario supera le peggiore previsioni».
La dimensione della strage emerge nei dettagli e nelle immagini devastanti che le si sono impresse nella mente: i quattrocento pompieri sepolti, il paragone tra il peggior massacro a cui aveva assistito in guerra (cinquecento morti) e una catastrofe da migliaia di vittime, ma soprattutto «l’immagine del secondo aereo che si infila nella seconda torre come in un pezzo di burro» e lo spettacolo straziante «della gente che per non bruciar viva si buttava giù dalle finestre del novantesimo piano».
«Il trauma è profondo. Anche per un tipo vaccinato come me», ammette, prima di congedarsi confessando la propria condizione isolata, fisica ed emotiva: «Ammalata nella misura che sa, e furibonda. Molto furibonda».
È una testimonianza che assume un significato particolare perché arrives prima della polemica, prima della denuncia, prima della costruzione di quella visione dell’Occidente che avrebbe segnato gli ultimi anni della sua attività intellettuale. In quel momento Oriana Fallaci non ha ancora scritto La rabbia e l’orgoglio. Non ha ancora trasformato la tragedia in un atto d’accusa contro il fondamentalismo e l'Islam politico, e contro quella che considererà la progressiva resa e la debolezza culturale dell’Europa. C’è soltanto una testimone che registra, quasi a caldo, la frattura provocata dall’attacco al Mondo Libero.
Ma proprio da questa lettera prende forma il passaggio decisivo. Il 29 settembre 2001 appare sul Corriere della Sera La rabbia e l’orgoglio: un testo destinato a rompere un silenzio lungo anni e ad aprire un dibattito tra i più duri e laceranti sullo scontro di civiltà tra Occidente e Islam.
Nei mesi e negli anni successivi, la sua posizione si indurirà irrimediabilmente. La reazione della Fallaci non rimarrà una semplice denuncia del terrorismo, ma si trasformerà in una vera e propria guerra culturale contro il politicamente corretto e il relativismo, segnata da un crescendo di ostilità e disillusione verso l'intero mondo islamico. L'estremismo non sarà più visto solo come la deriva di una frangia fanatica, ma come l'espressione inevitabile di una matrice religiosa e culturale vissuta come radicalmente incompatibile con la nostra civiltà e i nostri valori. In questo percorso, la sua visione si farà sempre più cupa e senza appello, dominata dall'idea di una minaccia globale al nostro stile di vita e dal timore di una capitolazione identitaria da parte di un'Europa ritenuta debole e rinunciataria.
A vent’anni dalla sua scomparsa, la memoria di Oriana Fallaci continua a dividere e a interrogare l’Occidente. Rileggere oggi questo fax spedito all'indomani dell'attacco significa tornare all'origine esatta del suo ultimo e più controverso capitolo umano e intellettuale. Non un semplice anniversario per ricordarne la figura, ma l'occasione per riscoprire la genesi di uno sguardo intransigente e senza sconti sulla storia contemporanea.
La lettera del 12 settembre registra infatti il momento originario di questa parabola: l'istante prima che lo shock si trasfonda in sdegno sistematico e la riflessione si irrigidisca in manifesto. È il fermo immagine di una giornalista di fronte a una tragedia che supera ogni previsione. Pochi giorni dopo, quello sbigottito silenzio iniziale e quel furore trattenuto avrebbero ceduto il passo a una delle voci più radicali, controverse e influenti dell'Occidente contemporaneo.




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