Allende e il mito infranto del socialismo cileno

Di Daniele Reggio
L’11 settembre è una data assurta agli onori della storia molto prima di quel tragico 11 settembre 2001, che rappresenta una data spartiacque per il mondo occidentale.
Sempre oltreoceano, l’11 settembre del 1973, l’autocrate marxista Salvador Allende venne deposto dalla poltrona di Presidente della Repubblica cilena da un colpo di Stato guidato dal suo comandante delle Forze Armate, Augusto Pinochet.
Affermare che Allende sia stato un uomo giunto dai bassifondi della società cilena (in realtà, suo padre era un prestigioso avvocato di origine spagnola), che abbia propugnato l’idea del “socialismo dal volto buono e candido” e reso la sua Nazione una delle più fiorenti al mondo è esattamente come dire che “Cuba stia morendo sotto i colpi delle sanzioni a stelle e strisce”. Un inanellarsi di bugie che screditano la storia e la distorcono profondamente.
Preso il potere nel 1970, impose una severa tassazione retroattiva sui profitti guadagnati dal 1955 dalle aziende statunitensi, i cui dirigenti avevano investito una miriade di miliardi in Cile, producendo valore aggiunto, innovazione, occupazione e sviluppando nuove tecnologie.
La stessa sorte riguardò i terreni agricoli (emulando la riforma dell’agricoltura nella vicina Cuba), le aziende degli industriali privati cileni e le miniere d’estrazione di rame, gestite dalle americane Kennecott e Anaconda.
Da tutto ciò scaturì una perdita di capitali indescrivibile, indennizzi nulli o negativi e il crollo del sistema produttivo.
Nel contempo, l’inflazione arrivò a vette mai viste prima, superando addirittura il 200% nel 1972.
Per coprire le perdite derivanti dalle aziende nazionalizzate (che raggiunsero il 10% del PIL), la Banca Centrale di Santiago, su imposizione governativa, aumentò a ritmi vertiginosi lo stampaggio di moneta, facendo crescere il credito al settore pubblico di oltre il 300%.
Il tutto, se condito da una maggiorazione forzata dei salari senza alcun aumento della produttività e da un controllo serrato della determinazione dei prezzi per tutelare il potere d’acquisto (che altro non fece che scoraggiare la produzione aziendale e rendere vuoti gli scaffali dei negozi di beni di prima necessità), causò un’enorme liquidità sul mercato. Questo fece in modo che i cittadini cileni dovessero impiegare enormi quantità di banconote per comprare gli stessi prodotti venduti precedentemente a molto meno.
Questa situazione esasperante fu il movente di frequenti scioperi, repressi per la maggior parte nel sangue, soprattutto da parte dei camionisti che, nell’ottobre del 1972, interruppero il trasporto di cibo e merci in tutto il Cile, alimentando il mercato nero e facendo esplodere i prezzi.
Guardando la situazione politica e analizzando la gestione del potere, possiamo constatare che Salvador Allende e la sua coalizione, Unidad Popular, restrinsero le maglie dell’opposizione, chiusero due stazioni radio vicine alla minoranza parlamentare e liberarono i terroristi legati all’organizzazione d’estrema sinistra del MIR.
In particolare, a più riprese, Allende invocò il pugno duro contro i suoi contestatori, arrivando a minacciarli — in un noto discorso parlamentare del ’72 — con la trasformazione della rivoluzione “democratica” cilena in un obiettivo da conseguire, abbracciando la violenza fisica e con l’apporto dell’Esercito.




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